[textmarker color=”ff69b4″] ULTIMO CHILOMETRO. SPECIALE GIRO 2021 [/textmarker]
Gino Bartali di Giri d’Italia ne ha vinti 3, 2 i Tour de France a dieci anni di distanza l’uno dall’altro. Era un predestinato a essere il campione più osannato dalle folle, ma poi arrivò Fausto Coppi e fu obbligato a giocarsi ogni affermazione. Ma la vittoria più bella l’ha conseguita salvando circa 800 ebrei perseguitati al tempo dell’Italia fascista. Personaggio scomodo, “Ginettaccio”. Non piaceva ai potenti di allora che lo avrebbero voluto assoldare per la propaganda, ma anche ai nostri giorni c’è chi mette in dubbio i suoi meriti, non solo sportivi.
Gino Bartali? Il grande campione, il rivale storico di Fausto Coppi, ma anche l’uomo credente e particolarmente devoto alla Madonna che ha salvato – come già detto – circa 800 ebrei durante il periodo della guerra. Le testimonianze più importanti su questo capitolo della storia di “Ginettaccio”, le raccolse Paolo Alberati, ex corridore professionista, che pubblicò in un libro dal titolo Gino Bartali, mille diavoli in corpo, Giunti, 2010, un “testo romanzato, ma che prende spunto dalla mia tesi scritta nel 2003, dal titolo La guerra di Gino Bartali: ebrei e cattolici in Toscana e Umbria 1943-1944. “Una tesi – aggiunge Alberati – che mi ha impegnato la bellezza di due anni, fra raccolta di testimonianze e ricerca nei vari archivi”. “La mia tesi raccoglie un centinaio di testimonianze che attestano il ruolo che ebbe Bartali”. “Questo lavoro ebbe origine quando ero ancora un ciclista professionista e mi fermavo durante i miei allenamenti a bere presso una fontanella in una località distante 140 chilometri da Firenze. Quando mi vedevamo alcuni anziani del luogo mi dicevano: ‘Ecco, lì si fermava Bartali durante il periodo della guerra’. L’affermazione mi incuriosii e cercai di capire per quale motivo il campione facesse così tanti chilometri di allenamento”. Da allora iniziai a raccogliere importanti ricordi a partire da un meccanico di squadra di Bartali, Ivo Faltoni, al figlio Andrea, scomparso nel 2017”. Poi, via via, molte altre testimonianze, fra le più significative quelle di alcune anziane suore che hanno visto di persona arrivare Bartali nel loro convento dove avveniva la consegna dei documenti falsificati per gli ebrei che cercavano di mettersi in salvo”.
Eppure uno studioso di professione è arrivato a dire che la storia sarebbe andata diversamente, questi episodi non veritieri. Il professor Stefano Pivato, autore insieme al figlio Marco sembra abbia voluto riscrivere alcune delle pagine più nobili del campione toscano, ma molti non sono d’accordo. Ne ha ha parlato per primo Gian Antonio Stella apparso a gennaio 2021 in un articolo scritto sul Corriere della Sera. Gino Bartali fu davvero un eroe che rischiò la pelle per salvare centinaia di ebrei? Si, lo aveva asserito lo stesso Pivato nel libro Sia lodato Bartali, uscito per Castelvecchi nel maggio 2018. No, replica il professore nel libro L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata, uscito per Castelvecchi uscito il 21 gennaio in libreria. Sei giorni prima di quel 27 gennaio in cui si celebra la Giornata della Memoria. Stesso autore (con la firma, stavolta, del figlio Marco Pivato), stesso tema, stesso editore. Ma ora il ribaltamento è totale.
I documenti falsi nascosti nei tubi della bicicletta
Meno di tre anni fa l’ordinario di Storia contemporanea all’Università di Urbino sosteneva: «Fra il 1943 e il 1944 il cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, allestisce una rete clandestina per il salvataggio degli ebrei rifugiati o profughi. Bartali, incaricato direttamente dal cardinale, compie vari viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona fino ad Assisi, trasportando documenti e fototessere nascoste nei tubi della bicicletta. Bartali compie varie volte il percorso e, secondo le testimonianze, contribuisce al salvataggio di circa 800 ebrei. Bartali muore nel 2000, la vicenda viene svelata da alcuni testimoni solo dopo la sua scomparsa e il campione viene dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale israeliano delle vittime dell’Olocausto fondato nel 1953 e che vuole costituire un riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei durante le persecuzioni naziste».
Nel nuovo lavoro il professore si rimangia tutte le sue parole. Questo è il suo nuovo pensiero: «a partire dagli ultimi anni del Novecento, di fronte a quella che è ormai riconosciuta come la crisi della storia, la memoria ha esercitato una sorta di surroga nei confronti del racconto e dell’interpretazione del passato. Come a dire che la memoria ha progressivamente preso il posto della storia, trasformandosi spesso in una sorta di scorciatoia per leggere il passato. Se non altro perché la memoria, a differenza della storia, è priva di complessità e dunque meglio si adatta alle semplificazioni e alla velocità del tempo in cui viviamo». Risultato? «Nel momento in cui si è definitivamente consumato il divorzio fra storia e memoria, quest’ultima ne ha preso il posto e, priva delle tutele e delle cautele dello storico, ha finito talvolta per accreditare come veri fatti e accadimenti mai avvenuti». Fino a diventare «fattrice di false notizie». E a trasformare a volte dei testimoni in «contrabbandieri di verità».
Si sarebbe quindi generata, secondo il professor Pivato, una sorta di fake news, non tanto creata e voluta dal protagonista, che ha sempre taciuto sugli accadimenti che lo riguardarono, ma dalla schiera numerosa dei suoi amici e tifosi.
Gli storici hanno sbagliato?
Per Pivato gli storici avrebbero clamorosamente “toppato” avvallando le tesi di libri e romanzi fantasiosi, mancanti di prove. Ma esistono dei punti di snodi della vicenda, difficili da eliminare. Uno di questi è rappresentato dalla testimonianza di Giorgio Goldenberg, un ebreo che alle prime retate naziste, costretto col papà, la mamma e i parenti a lasciare Fiume, si era rifugiato a Firenze. Rintracciato in Israele dove viveva, l’uomo aveva raccontato allo stesso Smulevich ciò che avrebbe ripetuto successivamente in una deposizione davanti alla commissione dei Giusti tra le nazioni: «Se sono vivo lo devo a Bartali». Tutta la famiglia infatti, braccata per essere mandata nei lager di sterminio, era stata accolta in uno scantinato di via del Bandino di proprietà del mitico Gino, terziario carmelitano e fedelissimo del cardinale Elia Dalla Costa, fermissimo avversario dei nazisti e lui stesso destinato a essere accolto allo Yad Vashem: «La cantina era molto piccola. Una porta dava su un cortile ma non potevo uscire perché avrei corso il rischio di farmi vedere dagli inquilini dei palazzi adiacenti. Dormivamo in quattro in un letto matrimoniale: io, il babbo, la mamma e mia sorella Tea. Non so dove i miei genitori trovassero il cibo…». Questa è solo una delle testimonianze raccolte dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto fondato nel 1953, che nel 2000 dichiarò Bartali, “Giusto fra le nazioni”, il riconoscimento per i non-ebrei che hanno rischiato la vita per salvare quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste. Lo Yad Vashem lavora come un tribunale, le istruttorie sui candidati a “Giusti tra le nazioni” durano anni. Vengono vagliate numerose testimonianze e documenti prima di procedere al riconoscimento.

I ripensamenti del professor Pivato si scontrano con le numerose testimonianze che depongono a favore di Gino Bartali salvatore degli ebrei. L’unica implicita ammissione pubblica di Ginettaccio la troviamo in un video, recuperabile su internet, nel quale alcune persone, durante un incontro pubblico,gli chiedono di questa storia e lui risponde: “Perché mi chiedete degli ebrei e dei nazisti? Non serve”. Forse poco per essere una prova, ma un indizio importante. Le voci a favore della tesi secondo la quale Bartali avrebbe aiutato fattivamente gli ebrei è riportata nello stesso articolo del Corriere della Sera scritto da Gian Antonio Stella. La voce è quella dell’avvocato fiorentino Renzo Ventura, che da otto anni vive in Israele: «Io sono in possesso di quattro carte d’identità false. Una di mio nonno, una di mia nonna, una di mia zia e una di mia mamma. E sono cresciuto sentendo dire in famiglia, in ogni momento, che quei documenti li dovevamo a Gino Bartali. Lo so, da avvocato, non è una testimonianza diretta. Ma io, in casa, per anni e anni, prima che se ne parlasse sui giornali, solo questo ho sentito da mia mamma: dovevamo la nostra vita a Gino Bartali».
La suora testimone
Un’altra testimonianza significativa è contenuta in un articolo scritto da Marco Pastonesi, giornalista autorevole e scrupoloso, per Gazzetta dello Sport pubblicato il 12 maggio 2012, durante il Giro d’Italia. «L’ho visto una sola volta, ma me lo ricordo come se fosse qui adesso. Gino Bartali stava alla ruota, una porta girevole, che lo nascondeva quasi completamente alla vista. In silenzio. E consegnava una busta». Le parole sono di una suora, Eleonora Bifarini, all’epoca 96enne. La religiosa aggiunse: «Bartali – racconta Suor Eleonora – veniva, consegnava una busta, mangiava, poi andava nella Chiesa di San Francesco, pregava, tornava qui, ritirava un’altra busta e ripartiva. Era un messaggero, a suo modo un missionario: portava fotografie vere, ritirava documenti falsi. Li metteva nel telaio della bicicletta, forse nel manubrio, forse nel reggisella, poi con la scusa di allenarsi, li trasportava a Firenze. E così garantiva una nuova identità a uomini e donne ebrei, salvandoli dalla deportazione». «Bartali – prosegue Suor Eleonora – faceva parte di un’organizzazione che aveva, come coordinatore, padre Rufino Niccacci, guardiano al Convento di San Damiano. Era lui a smistare i rifugiati. Ed era il tipografo Trento Brizi, di Assisi, a stampare i documenti falsi con le fotografie vere, che Bartali poi trasportava per distribuirli».
Nell’operazione erano coinvolti anche il monsignor Elia Della Costa, cardinale di Firenze, il vescovo Nicolini che aveva dato gli edifici di sua competenza per farne ospedali, e il suo segretario don Aldo Brunacci. Spulciando inoltre nelle conversazioni del web abbiamo scoperto una rivelazione interessante. Il giornalista Claudio Gregori avrebbe raccontato a un collega “di una tappa del Giro d’Italia, in macchina con Gino Bartali, che gli confidava quelle missioni e lo pregava di non scrivere nulla”. La riflessioni del professor Pivato sembrano mettere in qualche modo in discussione anche il quadro storico nel quale agì la Chiesa in quel periodo. Prima di Gino Bartali, a essere riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” nel 2012 – infatti – è stato mons. Elia Dalla Costa, che fu arcivescovo di Firenze dal 1931 al ’ 58 con la motivazione di “aver offerto rifugio a oltre 110 ebrei italiani e 220 stranieri”. Fu lui a organizzare la rete clandestina nell’ Italia centrale per salvare quante più vite possibile. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche nel 2017, e questo è un passo importante verso la beatificazione. Anche la Chiesa si è sbagliata su Dalla Costa?. Secondo poi quanto riportato da un articolo di Famiglia Cristiana sarebbe stato avviato il processo di beatificazione di Gino Bartali “anche se la pandemia ha rallentato tutto”.
La biblioteca del ciclismo
Gino Bartali un “santo” in bicicletta. La vita, la fede, le imprese (Mimep Docete) di Angelo De Lorenzi
Gino Bartali, mille diavoli in corpo (Giunti) di Paolo Alberati
La strada del coraggio: Gino Bartali, eroe silenzioso ( 66th and 2nd) di McConnon, Aili – Mc Connon, Andres
SPECIALE GIRO 2021. L’esordio di Giovanni Testori è in sella a una bici







