“Da dove nasce il vero dialogo? Da un desiderio di chiarezza”. Suor Monia Alfieri, religiosa delle Marcelline, laureata in Giurisprudenza e in Economia, da alcuni anni ha reso visibile in Italia – attraverso saggi e pubblicazioni – il tema della libertà di scelta educativa.
Nella scuola mondi sempre più diversi si toccano e spesso si scontrano, anche per la presenza di giovani di differenti estrazioni culturali e religiose. Per la sua esperienza, quali sono le condizioni affinché vi sia vero dialogo e quando i confini possono trasformarsi in opportunità?
Io ritengo che il vero dialogo nasca dal desiderio della chiarezza. Il tema dell’integrazione è vitale per la nostra epoca, però occorre stare attenti affinché al termine integrazione non sia attribuito il significato di omologazione al contrario. Mi spiego. Quando sento dire che nelle scuole primarie sono stati tolti i presepi o lo spettacolo di Natale, quando ciclicamente ritorna la polemica sulla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche o nei tribunali, la domanda è sempre la stessa: integrare significa cancellare? Integrare significa omologare per una malintesa interpretazione della parola rispetto? La vera integrazione passa solo attraverso la valorizzazione delle differenze e il rispetto delle regole. Qualsiasi proposta che non segua questi due binari non potrà mai portare ad alcun risultato positivo, anzi, non farà altro che confondere le acque, a tutto vantaggio dell’ideologia e di chi ha tutti gli interessi a che una reale integrazione non avvenga.
Qual è la sua opinione sul sistema educativo italiano? Sa raccogliere le sfide dei giovani?
Io sono da sempre convinta che il nostro sistema educativo sia il migliore al mondo, purché sappia continuare a coniugare le conoscenze con le competenze, sappia rendere le prime il presupposto delle seconde. Le sfide lanciate in campo educativo sono molteplici e possono essere affrontate solo attraverso le vie della cultura, della conoscenza, del rispetto. Il mondo giovanile è una realtà variegata e complessa, spesso oggetto di visioni parziali e strumentalizzato ora per un fine, ora per un altro. Dei giovani si tende il più delle volte a sottolineare maggiormente gli aspetti negativi che quelli positivi. Eppure, lo constato ogni giorno di più, sono tanti i giovani seriamente impegnati nello studio, nel lavoro, nei diversi campi del volontariato, nei ranghi dei diversi schieramenti della politica. Poi, certamente, abbiamo, dall’altra parte, giovani che non studiano e non lavorano, in balia della noia e dei social o affascinati da ideologie violente e oppressive. Da che cosa nasce questo duplice e opposto atteggiamento nei confronti della vita e delle cose? Esso ha origine da un fraintendimento, in particolare dal significato distorto assegnato alla parola libertà, un significato con il quale è cresciuto soprattutto chi, come me, è nato negli anni Settanta del Novecento. Allora la parola libertà è stata, infatti, separata dalla parola responsabilità. Il risultato di questa scissione ha prodotto quei terribili risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Per fortuna, però, abbiamo sempre qualche giusto che salva dalla distruzione Sodoma e, così, quelle realtà buone del mondo giovanile, se si va a scoprire le storie dei singoli, sono sempre il frutto di un’educazione improntata al rispetto e alla responsabilità: dietro c’è la famiglia, una buona scuola, la parrocchia, un’associazione di volontariato, un sodalizio politico. Il denominatore comune di tutte queste realtà positive è dunque il rifiuto dell’egoismo, è l’apertura all’altro, ai suoi bisogni, qualsiasi essi siano. Il mondo dei giovani ha bisogno di questa apertura, ha bisogno di persone in grado di far percepire e sperimentare misure alte del vivere: sono certa che in questo la scuola italiana possa fare la differenza.
La scuola può demarcare dei confini e anche delle rigidità, magari con il resto della società e con le famiglie. A suo parere come andrebbe impostato il rapporto fra queste diverse componenti?
La famiglia ha il diritto e il dovere di educare la prole, secondo quanto previsto dalla Costituzione che, all’art. 30, afferma: E`dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità. Ne consegue che la famiglia deve essere aiutata dalla scuola, da una scuola che, per logica conseguenza, deve essere liberamente scelta conformemente ai prìncipi educativi che i genitori sentono come propri. Essenziale alla riuscita educativa è la sinergia tra scuola e famiglia. La complessità della nostra epoca necessita della creazione di sinergie tra gli adulti, tra le diverse e numerosissime realtà presenti e operanti nei diversi territori. Ora occorre cambiare radicalmente la nostra mentalità riguardo alla scuola: la scuola presente nel quartiere delle grandi città o nei diversi paesi non può più essere intesa come fortezza inespugnabile, come luogo in cui gli studenti entrano al mattino alle 8:00 e ne escono al termine delle lezioni. Questo è un modello anacronistico: è andato bene fino a qualche anno fa, quando i giovani e le famiglie potevano contare su altre risorse culturali, aggregative, formative. Ora la scuola è chiamata, direi fortunatamente, ad avere un ruolo che definirei totalizzante, ossia essere luogo di riferimento per studenti e genitori, diventare comunità nella quale riconoscersi, tramite proposte formative, culturali, aggregazionali. La pandemia ce lo ha insegnato: abbiamo tutti bisogno di relazioni sane, belle, costruttive e la scuola in questo senso può giocare un ruolo fondamentale e appassionante.
Sappiamo che da anni si spende generosamente e con passione al riconoscimento delle scuole paritarie affinché non via siano disparità di trattamento economico e in modo che le famiglie abbiano autentica libertà di scelta. Il pluralismo educativo può incentivare, valorizzare il dialogo nella società? E in che modo?
Partiamo da una domanda: perché è giusto che il settore istruzione non sia unicamente nelle mani dello Stato? La risposta è semplice: perché lo Stato che indossa le vesti di unico gestore del servizio di istruzione è lo Stato totalitario, ossia quello che vuole indirizzare le menti dei suoi cittadini più giovani, cittadini adulti di domani. Non è un caso che le Costituzioni dei Paesi dell’Est Europa, nati dopo la caduta dei regimi comunisti, abbiano posto, tra i principali diritti da garantire, quello della libertà di educazione e che tale diritto sia stato attuato. Questi Paesi hanno capito, facendone diretta e drammatica esperienza, che l’educazione dei giovani è considerata da sempre come strumento al servizio del potere. Guardiamo in casa nostra: nel corso degli anni Trenta, Pio XI dovette lottare fermamente contro le ingerenze del regime fascista nella scuola e nella formazione dei giovani. Nella Divini illius magistri, la sua enciclica sul tema dell’educazione, così si esprimeva: “Non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell’educazione cristiana è l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo in unità di natura in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quale ce lo fanno conoscere la retta ragione e la Rivelazione”. Allora affermare il diritto alla libertà di scelta educativa vuol dire creare le condizioni per la nascita di più realtà educative, più prospettive sulla realtà, vuol dire che le scuole tutte potrebbero elaborare molteplici progetti educativi da proporre a famiglie, docenti e studenti: una simile libertà porterebbe a un aumento della qualità dell’offerta formativa, frutto anche di un confronto costruttivo tra docenti, studenti e famiglie. E sarebbe un’offerta formativa accessibile a tutti, senza alcuna discriminazione economica. Pertanto far sì che il diritto alla libertà di scelta educativa sia garantito, nei fatti, in Italia, così come in ogni parte del mondo, vuol dire creare le condizioni affinché vi sia una formazione realmente integrale della persona, in un ambiente aperto e rispettoso, unica alternativa possibile per un reale cambiamento della società. La scuola tutta, statale e paritaria, deve trasmettere dei valori che rendano l’uomo più uomo, in grado di abitare consapevolmente il mondo della possibilità. La scuola paritaria, fedele ai propri mandati di fondazione, può contribuire enormemente a migliorare la nostra società, a concorrere alla sua rigenerazione, a costruire vie di dialogo, cosa di cui si avverte sempre più il bisogno. Ecco ulteriormente definito il valore del pluralismo educativo. Questa è la sfida che il mondo della politica deve impegnarsi a sostenere, con lo sguardo libero e sgombro da ogni interesse di parte.







