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EDUFEST: “Cerco un punto in comune permanente”

La diversità è una sfida e un’avventura. Dove più è marcata la differenza è possibile cercare ciò che più ci accomuna. Dialogo con il professor Franco Nembrini che sarà presente all’edizione 2026 di Edufest

“Quando tutto è in crisi bisogna partire dall’io, dalla persona. Non c’è istituzione che tenga”. Il professor Franco Nembrini, insegnante, saggista e pedagogista, fondatore della scuola “La Traccia” di Bergamo,  non ha dubbi circa la cosiddetta emergenza educativa, soprattutto oggi che le baby gang sono balzate prepotentemente agli onori della cronaca. Nembrini, che sarà presente all’edizione 2026 di Edufest, ha accettato di rispondere ad alcune domande in vista della kermesse cinisellese.

Edufest 2026 pone al centro della riflessione la questione dei confini e quindi dei limiti. Lei come la percepisce?
Occorre avere un sano realismo che si rende conto delle circostanze e dei limiti, appunto, entro cui ciascuno è chiamato a operare e, allo stesso tempo, penso sia giusto superare i limiti, cioè alzare sempre più l’asticella e portare il cuore oltre l’ostacolo. La maturità della persona consiste nel vivere il giusto equilibrio tra questi due fattori: un sano realismo, ma anche il saper ambire a  un ideale così alto da sfidare sempre i limiti.

Come  si riesce ad avere questo giudizio calandosi nella realtà di tutti i giorni? Viviamo in una società plurale, che pone delle difficoltà oggettive, segnata da molte differenze…
I ragazzi si trovano effettivamente a vivere in una società plurale e questo è un limite, ma nello stesso tempo può rappresentare una grandissima opportunità. La  sfida diventa proprio scoprire che cosa c’è di comune tra un ragazzo di Trescore Balneario o Cinisello e un giovane arrivato dall’Egitto magari dopo un viaggio odissea per arrivare fin qui da noi. C’è qualcosa di così radicale da poter essere considerato comune a tutti? Esiste una realtà su cui far leva a prescindere, o meglio, tenendo conto delle differenze? La risposta o è sì oppure è finita, nel senso che non cominciamo neanche a discutere. Credo che il mestiere di insegnante sia esattamente quello di andare alla scoperta di quel qualcosa in comune a tutti gli uomini da qualsiasi parte provengano e a qualsiasi cultura appartengano. Questo rende interessante  il limite che l’altro rappresenta. C’è sicuramente un limite culturale, uno linguistico, ma proprio il suo superamento per andare a vedere che cosa c’è invece di comune rappresenta la grande sfida culturale dell’insegnamento e dell’educazione in generale. L’emblema più chiaro di quanto affermo è l’innamoramento: innamorarsi di qualcuno o qualcuna con il limite che ha, con le caratteristiche che la definiscono in qualche modo, la limitano: se è bionda non può essere contemporaneamente bionda e mora, ma nell’approfondirsi di un rapporto scopri ciò che vale in tutte le persone che incontri. Si tratta di una grandissima sfida contenuta in ogni relazione, in ogni rapporto: la madre con il figlio, lo sposo con la sposa, il professore con gli alunni, l’amico con gli amici.

Questa è la grande sfida, ma allora, sorprendentemente, non può essere che proprio dove è più esplicita la differenza si può scoprire meravigliosamente proprio il fattore che ci accomuna?
È esattamente così. Ho presente a tal proposito alcuni episodi, dei fatti precisi che confermano quanto detto. Una volta andai a Karaganda in Kazakistan per parlare in una grande scuola. Ci  saranno stati duecento insegnanti. Parlo di scuola e di educazione, poi di colpo mi viene in mente che mi trovo nella terra dei Kirghizi. Se tu cerchi su un atlante attorno a Karaganda trovi scritto Kirghizia: mi è venuto in mente che il nostro buon Giacomo Leopardi scrisse Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia proprio sulla base di un resoconto giornalistico di un viaggiatore che era stato in Kirghizia e aveva sentito questi canti notturni di pastori che attorno al fuoco suonavano e cantavano alla luna. Allora mi rivolgo a questi duecento insegnanti: “Se volete vi leggo questa meravigliosa poesia di un nostro grande autore”. Declamai i versi di Leopardi nel mio italiano caratterizzato da un forte accento bergamasco, poi tradotti in russo per essere ritradotti nella lingua comprensibile ai kazaki. Figurati – dicevo fra me e me – che cosa possano aver capito del Canto notturno? Una volta terminato di leggere la poesia cala il silenzio assoluto e io quasi mi scuso temendo di aver detto qualcosa di sbagliato ferendo la loro sensibilità. A un certo punto una signora con il velo seduta in prima fila – evidentemente musulmana –  alza la mano, si alza i piedi e comincia a singhiozzare. “Sì, una cosa la voglio dire: sono io quel pastore errante”. Quante volte mi è accaduta la stessa cosa in classe con gli studenti o con i miei amici della Sierra Leone dove ho costruito una scuola. Per questo motivo dico che il problema dei confini è superarli per trovare qualcosa in comune .

Edufest mette a tema l’educazione. Non crede che vi sia un’emergenza educativa, una situazione assolutamente drammatica visti i fatti di cronaca che vedono protagonisti proprio i più giovani?
Sono rimasto particolarmente scosso quando ho appreso di quel tredicenne di Trescore che si è recato a scuola con l’intenzione di uccidere la propria insegnante di francese. Sono rimasto scandalizzato della vicenda perché se ne è parlato poco.  Credo quindi che non ci stiamo facendo le domande giuste per affrontare vicende di questo genere.  Lo scritto che il ragazzo ha diffuso via social si chiudeva con queste parole: “Per quanto riguarda la mia ideologia politica non mi riconosco in nessuna ben definita perché l’unica cosa che conta sono io”.  Ora, che un ragazzino di 13 anni possa aver maturato questa determinazione può accadere perché vive in una solitudine assoluta, cioè senza riferimenti, in assenza di rapporti autentici con la realtà, con la gente, con le persone. È come se questo ragazzo non abbia mai avuto la possibilità di vivere un paragone leale con le circostanze. Posso quindi immaginare che non sia stato educato a questo, non sia stato accompagnato a questo realismo che invece dice della statura della persona. In altre parole questo ragazzo è andato dietro a sogni, a impressioni, a istinti elaborati in una solitudine totale confondendoli con la realtà: il risultato è che poi uno aggredisce l’ambiente, ma all’interno di una visione distorta che ha coltivato nella sua assoluta solitudine. Credo che la violenza scaturisca sempre da questa distorsione nel percepire la realtà,  distorsione evidentemente favorita da un certo uso del cellulare, di internet e dei social. Di fronte alla vicenda di questo ragazzino di tredici anni non registriamo solamente  un abbassamento dell’età della criminalità.  Siamo di fronte a una solitudine esasperata e terribile, a una disperazione. La famiglia ha perso i punti di riferimento, la scuola non sa magari impostare gli educatori.

Di fronte alla realtà che lei descrive come si fa a tentare di dare una risposta positiva e propositiva?
La responsabilità è personale, spetta innanzitutto a me e a te perché le istituzioni tradizionali sono in crisi. Lo sono la famiglia, la scuola, in parte anche la Chiesa e non parliamo dei partiti e delle associazioni. Quando tutto va in crisi c’è una sola possibilità: si riparte dalla persona, cioè dall’io. Tocca a me e a te assumersi la responsabilità di fronte a questi poveri ragazzi, che siano figli nostri o di altri. Se ci muoviamo io e te in questa direzione qualcosa comincia a cambiare e troveremo un terzo, poi un quarto sensibile alla questione educativa, poi alla fine si muoveranno anche le istituzioni.
A cura di Angelo De Lorenzi

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