I giovani sono spesso protagonisti di episodi di violenza e disagio nell’affrontare il quotidiano. Due facce diverse, che forse appartengono alla stessa medaglia. Ne parliamo con Stefano Rossi, esperto psicopedagogista e anche autore di successo. Interverrà a Edufest domenica 7 giugno, a partire dalle 15 nella sessione “Sconfinamenti”, dove si parlerà soprattutto di regole e di libertà.
Negli ultimi tempi siamo stati particolarmente colpiti dai numerosi episodi di violenza da parte di giovani e giovanissimi. Perché succede?
La violenza giovanile che oggi stiamo riscontrando non è casuale. Lo psicologo Jerome Bruner ha insegnato che la mente crea la cultura, ma al contempo la cultura crea la mente. Oggi siamo in una cultura dove vale il principio che se sei brutale hai successo. Questa estetica della violenza la troviamo nella politica, nella musica e la riscontriamo anche nel funzionamento algoritmico dei social. I contenuti più aggressivi, maggiormente polemici e brutali hanno una maggior probabilità di essere virali. Tutto questo parla a più livelli alla mente dei nostri ragazzi, che con l’adolescenza sono chiamati a capire chi sono e chi vogliono diventare. E questa cultura, questi miti, inevitabilmente offrono loro un modello che finisce per orientarli verso uno stile relazionale, comunicativo e anche comportamentale più aggressivo.
Come è cambiato nel tempo il rapporto fra genitori e figli? Non pensa che manchi una bussola per gli adulti e che i nuovi genitori si trovino un po’ in difficoltà venendo meno certi capisaldi dell’educazione, taluni modelli che, bene o male, fungevano comunque da guida?
I genitori contemporanei sono effettivamente nella nebbia, ma non bisogna accusarli. Occorre comprendere la liquidità del nostro tempo. Bauman, prima e meglio di tutti, ha dimostrato che nella “società liquida” l’unica certezza è l’assenza di certezze.
Oggi sono diventati liquidi i valori, sono diventate liquide le relazioni, sono diventate liquide anche le condizioni lavorative. In questo tempo di grande incertezza i genitori si trovano a oscillare tra due poli. Da una parte abbiamo quei genitori che, in buona fede, sono in qualche modo orientati verso l’idolo della felicità.
“Io voglio che mio figlio sia felice, io voglio essere felice con lui”. Ora, questo diventa un problema, nella misura in cui noi non dobbiamo puntare alla felicità di oggi, ma noi dobbiamo donare ai figli la capacità di trovare la felicità domani. E questo passa anche, inevitabilmente, dalla capacità di dire di no.
A questi genitori però bisogna anche riconoscere che appartengono a una generazione che si pone delle domande, che si interroga sul proprio ruolo. Io stesso tutte le sere incontro diverse centinaia di genitori e questo ci dice che il genitore contemporaneo, un po’ come Socrate, sa di non sapere, ma si sta impegnando per cercare di capire come essere la guida di cui figli hanno bisogno.
Il digitale, internet, l’intelligenza artificiale: quanto incidono le “nuove tecnologie” nel vissuto dei giovani?
Le nuove tecnologie, se vogliamo il mondo dei social, non è la causa del problema; dal mio punto di vista è l’amplificatore, il megafono. Sui social i nostri ragazzi sono in qualche modo affascinati, ma anche angosciati da un modello prestazionale pervasivo. Oggi in realtà anche noi adulti siamo schiacciati dalla società della prestazione: una società che ci chiede di funzionare anziché esistere, di performare a qualsiasi costo. A qualsiasi costo on line, si presenta con la tirannia della luce: dover essere vincenti, dover essere popolari; le ragazze devono essere magrissime, bellissime, i ragazzi muscolosi e di successo. Questo “dover essere” svuota in qualche modo l’essere dei nostri ragazzi, polverizza la loro autostima, fa sanguinare la loro mente come vediamo anche leggendo le statistiche sui sintomi ansiogeni e depressivi che sono in crescita fra i giovani. Occorre ribadire che non è il social in sé che nuoce alla salute mentale dei ragazzi, ma è fondamentalmente il sistema in cui tutti noi siamo inseriti.
Che ruolo ha la scuola?
Anche la scuola, in qualche modo, è orientata al mito della prestazione. Non è un caso che il Ministero dell’Istruzione non sia stato ribattezzato Ministero dell’Istruzione e dell’educazione, ma Ministero dell’Istruzione e del Merito. Ora il concetto di merito è ambivalente, come spiega bene il filosofo statunitense Michael Sandel, il merito ha due facce come Giano bifronte. La prima faccia del merito sembra essere positiva: il successo lo ha chi lo merita. In realtà la società del merito e la mitizzazione ci riportano ancora una volta alla società della prestazione che divide il mondo a in vincenti e perdenti. Il risultato è che i vincenti, ossessionati dal dover vincere, sono divorati dall’ansia, ma al contempo i perdenti, i looser, i ragazzi che fanno fatica, che si considerano looser per la fatica che incontrano, finiscono per vergognarsi di se stessi e la vergogna è un sentimento pericoloso, che nei casi estremi può portare anche al suicidio, perché non ci si sente degni di vivere.
In conclusione ecco una nota costruttiva: che cosa possiamo fare? Come racconto nel mio ultimo libro Genitori in ansia, edito da Feltrinelli, noi dobbiamo essere il buon vento per le ali dei nostri ragazzi. E un modo concreto per farlo è trasformare la cultura tossica del risultato, che spesso volontariamente o involontariamente trasmettiamo ai nostri ragazzi, nella cultura generativa della grinta. Occorre fare nostra la cultura della grinta e, se vinciamo, abbiamo diritto a essere soddisfatti, mentre se perdiamo non dobbiamo mortificarci, ma imparare a volerci bene. Dobbiamo trasformare la voce interiore del bullo che dall’interno ci dice che non valiamo e trasformarlo in un filosofo interiore che ci dice di migliorare e non perdere mai il rispetto, l’empatia e la stima anche nei nostri confronti.







