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Furti e atti vandalici nei luoghi di aggregazione giovanile, la parola a don Simone Riva

Furti e atti vandalici nei luoghi di aggregazione giovanile, la parola a don Simone Riva
luglio 08
14:28 2019

CINISELLO BALSAMO – – Una società sportiva parrocchiale, poi un oratorio e ancora, per la terza volta nel giro di pochi giorni, un centro di aggregazione giovanile. Questi sono i luoghi presi di mira nell’ultimo periodo, e con una preoccupante frequenza, tutti deputati all’accoglienza dei ragazzi e, paradossalmente, proprio per mano di alcuni ragazzi, vengono depredati o vandalizzati.

Una dinamica difficile da interpretare, per questo abbiamo interpellato don Simone Riva, Vicario parrocchiale della parrocchia Sacra Famiglia, che con i ragazzi ha a che fare quotidianamente.

Don Simone, come legge questi continui episodi che hanno coinvolto di recente, con furti e atti vandalici, dei luoghi creati apposta per i giovani? Perché la scelta si indirizza proprio verso luoghi pensati per loro?

“Mi pare ci siano almeno due cose da osservare:  c’è innanzitutto un grandissimo bisogno di questi luoghi e soprattutto delle persone che li costruiscono, cioè che li rendono vivi perché questi ragazzi, a loro modo, e quindi a volte in modo maldestro, fanno capire che  ci sono e hanno bisogno di essere guardati. A volte tanti di questi atti non sono altro che un grido per dire “ci siamo anche noi”. Dall’altro paghiamo lo scotto di un lungo periodo in cui forse, senza voler trovare dei colpevoli, abbiamo educato diversi dei nostri ragazzi ad avere tutto e subito e quindi il senso del sacrificio, il valore delle cose, la cura per la realtà, sono sempre meno evidenti, per cui tutto è dovuto, tutto perde di valore, tutto dev’essere gratis e c’è un attaccamento dei ragazzi ai soldi – per esempio con tutto il fenomeno delle scommesse sportive – che io fino ad ora non avevo mai registrato in modo così significativo.

Come combinare però questi gesti interpretabili, secondo lei, anche come richiesta d’aiuto con l’esasperazione di chi è continuamente messo a dura prova da questi episodi di violenza?

“La strada dell’accusa, della lamentela e della denuncia è una strada chiusa, nel senso che non fa altro che alimentare il problema, piuttosto patire, ma fare di tutto perché comunque dei luoghi di libertà e di educazione e di senso della realtà siano sempre aperti. Questo però non significa che il crimine non debba essere arginato, anzi, occorre una prevenzione e anche un intervento. Il tema della sicurezza è molto percepito dalla nostra gente come reale bisogno ed effettivamente è così. Una comunità adulta non può permettere che i propri luoghi vengano maltrattati, d’altro canto però credo sia fondamentale la divisione che la Chiesa fa sempre tra chi commette il crimine e il crimine, tra l’errore e la persona che lo commette, in modo che chi fa queste cose non si identifichi con la cosa che fa.

Cosa muove, secondo lei, i ragazzi a compiere gesti simili?

“Uno dei motivi apre un capitolo molto delicato di cui nessuno parla, e che invece andrebbe trattato, che è la questione della droga. Tanti ragazzi arrivano a compiere questi gesti sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Droga e alcol sono due anticamere dell’inferno che prendono i nostri ragazzi, fanno compiere loro cose che altrimenti non farebbero e inducono questo senso del potere economico, come se uno potesse comprare la realtà, comprare le donne, le amicizie, la felicità, comprare la serenità e invece sappiamo bene che non è così, il cuore dell’uomo non è fatto così. Le chiamo “anticamere dell’Inferno” perché la Bibbia, quando nel libro della Genesi racconta la vicenda del peccato originale, lo presenta esattamente come una falsificazione della realtà da parte del Diavolo. Si inizia con gli spinelli, poi l’alcol, un certo tipo di “musica”… si è indotta una mentalità che è diventata anche un vero e proprio rito tra i ragazzi, per cui sembra che la vita faccia schifo e bisogna prendere fiato con altri mezzi, che invece il fiato te lo tolgono, e i ragazzi lo sanno.

Addirittura un rito?

Diventa un rito perché ci sono dei giorni precisi, c’è un cliché da seguire, ci sono anche orari, una specie di liturgia capovolta, ci sono anche luoghi, alcune musiche, alcuni cocktail, alcuni modi di passare le serate, alcune sostanze. È una procedura codificata che molti seguono come indottrinati, senza giudicarla, senza che nessuno aiuti a giudicarla, perciò è come uno che ha davanti le sabbie mobili, tutti gli dicono che è sicuro, poi va dentro e nessuno lo aiuta ad uscire. Per questo dico che la grazia nostra è che Uno che ti tira fuori c’è sempre, però bisogna aprire gli occhi e riconoscerlo, ed è per questo che servono luoghi come gli oratori, le società sportive della parrocchia e i centri di aggregazione giovanile. Anche se ruberanno, faranno atti vandalici, in questo la storia dei Santi ci insegna, sono rimasti sempre fermi sull’origine di quello che avevano fatto perché è sempre stata più forte per loro di qualsiasi avversità.

Lei dice che non esistono ragazzi “cattivi”, le azioni lo sono, ma chi le compie ha sempre la possibilità di ripartire perché non è definito da questo. In che modo può ripartire?

Sia i ragazzi che gli adulti quando sono messi davanti alle cose grandi le riconoscono. La cosa più interessante è continuare a proporre le cose grandi. Su questo siamo un po’ fermi e bloccati. Una cosa che personalmente mi sta aiutando molto durante questo oratorio feriale, e lo sto notando in modo più clamoroso rispetto agli scorsi anni, sono le domande dei bambini. I bambini hanno uno sguardo semplice, mentre noi più diventiamo grandi più lo complichiamo e ci fermiamo alle cose penultime, invece i più piccoli hanno il desiderio delle cose ultime, come questi ragazzi che spaccano tutto. Hanno comunque il desiderio delle cose ultime, perché nessuno esce con un “difetto di fabbrica”, tutti hanno il cuore che funziona, però a loro è rimasto solo questo modo per dire che ci sono e che hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro. Dovremmo ripartire dalle domande dei bambini.

Quindi entra in gioco la comunità?

Senz’altro c’è un aspetto educativo della comunità adulta per cui bisogna porre la questione agli adulti, non basta un intervento delle forze dell’ordine, non basta armarsi, non bastano le telecamere, servono ma sono tutti metodi che ultimamente possono lasciare l’altro nel punto in cui si trova. D’altro canto credo che ci sia il bisogno di andare dove naturalmente noi non andremmo, cioè occorre “stanare” queste persone nei luoghi in cui si isolano per distruggersi. Ci sono tanti ambiti anche nella nostra città dove sarebbe interessante un’azione missionaria nel senso di andare a portare ciò di cui noi viviamo in alcuni contesti, in alcune vie, in alcuni locali, in alcuni angoli, posti dove si sa che i ragazzi vanno per fare un’altra cosa, in modo che possano dire davanti a una proposta, sì o no, ma che avvertano che ci sono degli adulti che hanno in mente loro, perché altrimenti si crea un malumore che non porta da nessuna parte, una lamentela continua e di conseguenza un timore che porta a isolarsi e a farsi gli affari propri perché tutto è pericoloso. Una certa difficoltà ci sarà anche, però non possiamo fermarci a guardare le cose che non vanno, si riparte sempre da un positivo, che non manca neanche in ragazzi così.

Qual è a suo avviso la sfida più grande?

Mi pare che sia proprio la rinascita della comunità adulta, perché per tanti motivi, è inutile che ci nascondiamo dietro un dito, siamo un po’ seduti, siamo timorosi, è più comodo mandare avanti gli altri, delegare, lamentarsi, rimpiangere i tempi passati che non ci sono più e che magari – possiamo dirlo con un po’ di ironia – sono stati anche la causa di qualche problema che ci ritroviamo adesso. Ci vuole un po’ di realismo e di amore, se non c’è un amore a qualcuno che è presente, difficilmente un uomo si muoverà verso gli altri, perché il male per sua natura tende ad isolarci, di conseguenza il modo con cui i ragazzi vivono i loro rapporti dentro la città non possono non risentire di questo.

Un’altra cosa che mi pare importante è guardare gli esempi positivi che già ci sono, Cinifabrique è uno di questi, settimana scorsa poi ho portato una cinquantina di ragazzi a incontrare la comunità di don Claudio Burgio Kayros, a Vimodrone, dove ci sono i ragazzi che stanno scontando una qualche pena, dove tutto è imperniato sulla convinzione che uno non coincide con quello che fa. Guardare gli esempi positivi e indicarli, un po’ di coraggio anche da parte della Chiesa a percorrere le strade tradizionali che abbiamo già e che vanno custodite, ma anche guardare fuori dalla finestra e cercare di entrare in dialogo anche con quei ragazzi che magari non possono stare in oratorio o non possono frequentare i nostri percorsi ma comunque sono lì – credo nella maggior parte dei casi siano anche battezzati – e hanno bisogno di qualcuno che annunci Cristo anche a loro e lasciando che anche la realtà ci suggerisca dei percorsi inediti.

Il tempo presente ci costringe a guardare in faccia la sfida che è sulle cose ultime, e su questo penso che tutti siamo interessati a farlo perché capiamo che una convenienza l’abbiamo noi anzitutto per la nostra vita e vedendola per la nostra vita anche gli altri pian piano inizieranno a vedere più interessante una strada così piuttosto che scavalcare, spaccare i vetri, rubare i computer, farsi le canne, andare a casa accompagnati la sera perché ubriachi dopo una serata in mezzo ai cocktail in offerta e passare il sabato sera in altro modo anziché stordendosi. Perché uno cambi il modo di vivere, occorre che veda che il cambiamento è conveniente, ma se uno non lo vede nella vita di una persona che è già cambiata, mai più lo seguirà perché qualcuno glielo spiega.

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Micol Mule

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