Lun. 22 Apr. 2024
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Marco Pantani: una storia d’amore. Infinita

Vent’anni senza il Pirata. Eroe tragico, l’ultimo campione terragno nel quale gli italiani si sono identificati. Fu l’idolo di un Paese intero. La gente smetteva di lavorare se una tappa del Giro o del Tour finiva in salita. La sua tragica fine chiuse un’epoca, ma il Pirata continua ancora a pedalare

Come lui nessuno mai. Vent’anni fa, 14 febbraio 2004, San Valentino, il giorno stava declinando, l’Ansa batteva la notizia: «È morto Marco Pantani», rinvenuto nella stanza D5 dell’hotel Le Rose a Rimini, dove aveva trascorso gli ultimi solitari e drammatici scampoli della sua esistenza. Se ne andava dopo aver vissuto tutto: aveva conosciuto le vittorie, il trionfo e la caduta, la gloria e la polvere, la popolarità e la solitudine. Marco Pantani, che nel 1998 era tornato a correre dopo un paio di spaventosi incidenti, centrava la storica doppietta – Giro d’Italia e Tour de France – confermandosi il più grande scalatore della storia recente del ciclismo.

Non è un caso che la prima squadra con la quale corse da ragazzo si chiamasse Fausto Coppi: il Campionissimo lo si vedeva in trasparenza nelle sue cavalcate solitarie in salita. È stato l’idolo di un Paese intero, per lui la gente smetteva di lavorare se una tappa del Tour o del Giro finiva in salita. Fu innamoramento totale e incondizionato, applaudito dal popolo, conquistò anche gli intellettuali. Nota l’amicizia con Giulio Ferroni, critico letterario, storico della letteratura e saggista italiano, che lo cita in uno dei suoi libri dedicati ai luoghi danteschi.
A contribuire a costruire il mito ci pensò lui stesso. Oltre alle vittorie in solitaria ci mise l’autenticità del personaggio, il carattere, la bandana, le “baraccate” con gli amici, gli amori, uno in particolare, con una ragazza, Christina Jonsson, che arrivava dalla Danimarca. Fra alti e bassi sembrava tutto quanto una favola, poi arrivarono i fatti di  di Madonna di Campiglio. Era il era il 5 giugno 1999, mancavano due tappe di un Giro d’Italia che aveva dominato, ma risultò positivo al controllo antidoping. Gli veniva riscontrato un valore di ematocrito di poco superiore al limite consentito: lui si difese sentendosi tradito da un mondo che fino ad allora lo aveva osannato. Si sentì scaricato. Poi ci fu il rinchiudersi nel suo mondo, un tentativo di ripresa, poi la discesa negli inferi della droga. Gli ultimi giorni di solitudine.

“Un sogno collettivo”

C’è un film documentario di Paolo Santolini, Il Migliore, che racconta con delicatezza e sensibilità le sfaccettature del personaggio e del mondo che gli ruotava attorno: gli amici, la famiglia, i tifosi. C’è un sogno, in apertura del film, scritto dall’autore, lui stesso di Cesenatico, che “tormenta e perseguita” il sognatore. A raccontarlo è la voce off di uno degli amici più cari di Pantani. Sullo schermo il volto del bronzeo monumento commemorativo che Cesenatico ha dedicato all’atleta. È inverno, nevica, i colori sono svaniti e il mare fa tutt’uno con la terra e il cielo. Il “migliore” è lì, in vetta, ma anche sull’orlo di un precipizio. L’amico lo sogna dall’altra parte di un passaggio a livello abbassato, irraggiungibile, eppure a portata di voce. “Il mio nome rivaluta”, gli dice, “tu lo sai, lo puoi fare, il mio nome rivaluta”.
Ecco, questo film  propone la figura di Marco Pantani come possibile sogno collettivo.
Angelo De Lorenzi

Il numero 2 di In Punta di Sellino

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