Lo scorso 25 gennaio al teatro Dal Verme di Milano Filippo Gorini ha letteralmente incantato la sala, proponendo, insieme all’Orchestra dei Pomeriggi Musicali diretti da James Feddeck, il celebre Quinto Concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven (il programma prevedeva anche “Pelléas et Mélisande” di Gabriel Fauré e Le “tombeau de Couperin” di Maurice Ravel). A soli 27 anni Filippo Gorini ormai si è affermato sulla scena pianistica internazionale, dimostrando una maturità artistica e interpretativa paragonabile ai grandi Maestri del ‘900. Ci siamo incontrati una settimana più tardi per discutere con lui dei suoi progetti e della sua infinita passione per la musica.

Filippo, oserei dire un concerto riuscitissimo. Il pubblico si è dimostrato entusiasta della tua interpretazione e la sala ha reagito con una standing ovation finale. Per te il Quinto Concerto di Beethoven che cosa rappresenta?
È un concerto che amo particolarmente. Ogni volta che lo risuono non posso non ricordare l’esperienza vissuta nella finale del “Concorso Beethoven”. Fin da quando ero bambino mi sono innamorato della musica classica e Beethoven è un compositore che ho amato particolarmente, come se la sua musica avesse una forza capace di cambiare la storia. Nella storia della musica c’è un prima e un dopo Beethoven. Molte cose dopo di lui sono cambiate, dalla dimensione di un’orchestra all’idea che la musica non sia solamente un prodotto da “consumare”, ma sia lasciata per il futuro e per i posteri. Beethoven non censura nulla di ciò che sia umano, dalla tragedia, al dolore, fino alla gloria ed alla gioia più pura, intesa quasi come commozione divina. Beethoven ha la capacità di saper esprimere ogni sfumatura dell’animo umano con un’intensità fortissima.
Il pubblico presente ai concerti spesso è un pubblico adulto, per non dire anziano. Questo è un problema solamente italiano oppure lo riscontri anche quando suoni all’estero?
Il problema del pubblico di una certa età in realtà interessa tutto il mondo. Questo dato di fatto porta a interrogarci se la musica che noi suoniamo abbia ancora qualcosa da dire. Forse il problema italiano dipende soprattutto da una scarsa educazione musicale che ci trasciniamo ormai dalla riforma Gentile di 80 anni fa. Trovo assai triste che la musica spesso venga considerata un’arte minore e che non sia presente in nessun curriculum di liceo. Nella storia musicisti, poeti, letterati, pittori ecc.. hanno sempre lavorato assieme, frequentandosi e influenzandosi a vicenda. Pensare di studiare, bene o male, tutte le arti tranne una è un’assurdità clamorosa. Tutto ciò comporta il fatto che i giovani che finiscono un liceo, anche con una preparazione culturale alta, non abbiano mai sentito nominare la musica di Monteverdi, di Debussy o Verdi. Nei riguardi della musica classica spesso non essendoci un’esposizione mediatica importante si soffre un po’ dell’assenza dei giovani ai concerti. Non siamo però del tutto pessimisti! Sono abbastanza convinto che nel corso di una vita intera le persone prima o poi trovino tante opportunità per avvicinarsi alla musica classica, spesso scoprendo che li può toccare profondamente.
In questo senso la scelta dei programmi può aiutare ad incentivare i giovani a frequentare le sale da concerto? Spesso proponi programmi di un certo “spessore intellettuale”. Mi riferisco all’Arte della Fuga di Bach, così come alle ultime sonate per pianoforte di Schubert e Beethoven.
Cerco sempre di suonare musica di compositori nei confronti dei quali nutro la massima fiducia. Se non pensassi che un brano, più o meno complesso, possa arrivare al pubblico, probabilmente non lo proporrei mai in concerto, ed ancor prima non dedicherei tempo a studiarlo e approfondirlo. Credo nel repertorio che propongo, altrimenti non avrei la forza di salire su un palco a suonarlo. Bisogna avere fiducia nel pubblico e nell’idea che se una persona è venuta a sentire un concerto di musica classica scritta 200 anni fa, significa che è assetato di qualcosa di grande e non è venuto solamente per essere intrattenuto.

Forse, come società, siamo abituati poco a pensare e cerchiamo di più l’intrattenimento?
In questo momento storico direi di sì, e spesso le contaminazioni non aiutano. Quando la più importante etichetta discografica di musica classica pubblica un cd con le colonne sonore della Disney, questo può creare confusione nel pubblico. Una tendenza che può essere pericolosa è avvicinare troppo i concerti di musica classica ai concerti pop nella forma e nei contenuti, credendo erroneamente che il pubblico di oggi non abbia la capacità e una soglia di attenzione adeguata per apprezzare un certo tipo di musica colta. Ricordo, durante la pandemia, l’infelice frase dell’allora Presidente del Consiglio, il quale sottolineava il fatto che i musicisti facciano divertire. Ecco, io credo che il nostro mestiere non sia quello di divertire, ma di far pensare, riflettere e cercare di trasmettere i grandi capolavori della musica a tutti, senza discriminazioni.
Le tue interpretazioni sono sempre estremamente ricercate e pensate e questo lo si percepisce facilmente. Come ti approcci ad un’opera come L’Arte della Fuga di Bach o ad una sonata di Beethoven?
Passare tanto tempo insieme ad un’opera musicale credo sia il punto di partenza per conoscerla e approfondirla. Prima di portare l’Arte della Fuga in concerto ho aspettato 8 anni. Mi capita spesso di approcciarmi allo studio di un’opera, o di un brano, senza avere la prospettiva di suonarlo in concerto nel breve periodo. A volte, da quando inizio a studiare per esempio una sonata di Schubert a quando la proporrò in concerto, possono passare anche 1-2 anni. Questo fa sì che qualsiasi scelta io operi sull’interpretazione sia pensata e ripensata e tutto ciò mi dà una certa sicurezza quando salgo sul palco. Ogni segno sulla partitura, specialmente quella dei grandi compositori, nasconde dettagli che possono portare a infinite interpretazioni e ciò è estremamente affascinante. Questo non significa che quando salgo su un palcoscenico mi sento onnipotente, anzi tutt’altro, mi sento spesso in difetto.
Quali sono stati gli interpreti del passato che hai ascoltato maggiormente?
Di ogni grande musicista apprezzo gli ideali, le scelte interpretative, la ricerca del suono, la personalità specifica che traspare in ogni cosa che suona. Per quanto riguarda il pianoforte, Pollini, Richter, Brendel, Kempff, Fischer e Serkin. Di quest’ultimo mi sono avvicinato molto di più ad ascoltare le sue interpretazioni soprattutto da quando negli ultimi anni sono andato al festival di Marlboro. Di grande ispirazione è stato sicuramente il Quartetto Bush. Nell’interpretazione dei quartetti di Beethoven siamo a livelli di pensiero musicale e di commozione sincera che oggi faccio fatica a ritrovare. Chiacchierando in passato con altri musicisti si discuteva del fatto di come sia difficile fare un quartetto dopo che sia esistito il Quartetto Busch. Non dimentichiamoci però anche del Quartetto Italiano. L’unico rimpianto che ho nel suonare il pianoforte è non poter interpretare gli ultimi quartetti di Beethoven (ride).
Nei tuoi programmi dai molto spazio alla musica contemporanea; se non erro il prossimo mese sarai in Giappone a suonare una word premerie del compositore Kenji Sakai.
Esatto! Nel mese di marzo suonerò il concerto per pianoforte “Cube” con la “Nagoya Philarmonic Orchestra”. Inoltre, il compositore Federico Gardella mi ha recentemente dedicato una sonata per pianoforte che ho suonato più volte in concerto. Sono estremamente convinto che il modo migliore con il quale noi interpreti possiamo omaggiare i grandi compositori del passato sia anche quello di dedicare parte del nostro tempo ad approfondire la musica di autori contemporanei. Se Beethoven o Schubert non avessero trovato interpreti in vita, o negli anni appena successivi, magari la loro musica si sarebbe persa. L’ascolto ravvicinato di musica nuova con i grandi classici del passato può giovare a entrambi.
Filippo, concluderei la nostra chiacchierata chiedendoti i tuoi progetti per il futuro.
Sto portando a compimento il mio progetto sull’ Arte della Fuga di Bach. A breve finirò di filmare le 14 interviste con personalità di diversi ambiti culturali sulla figura e sulla poetica della musica di Bach. Ho scelto di intervistare architetti, matematici, pittori, scultori ecc.., che abbiano un rapporto speciale con l’Arte della Fuga. Un progetto invece più a lungo termine del quale non posso dire ancora molto sarà nel 2025/26. Mi piacerebbe realizzare una serie di residenze internazionali, dove l’idea è che la vita di un musicista che fa concerti in tutto il mondo, non sia legata solo in maniera fugace al territorio nel quale si suona, ma sarebbe bello risiedere più a lungo per cercare di portare la musica dei grandi autori in tutto il territorio, in ospedali, carceri, università e scuole.
A cura di Omar Mercatante





