Gio. 23 Set. 2021
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Previdenza complementare, che cosa è e a che cosa serve

Oggi più che mai è importante definire per tempo gli obiettivi di risparmio previdenziali e perseguirli con coerenza e costanza

Previdenza complementare: è un’opzione necessaria?  Questo articolo non ha come obiettivo quello di analizzare l’intero sistema normativo ma vuole piuttosto fornire diverse informazioni al fine di sensibilizzare i lettori a porre la giusta attenzione su un argomento e un bisogno molto attuale. L’esigenza di integrare, una volta cessata l’attività lavorativa, il poco cospicuo assegno previdenziale obbligatorio deve essere uno dei pilastri anche di una corretta pianificazione finanziaria personale.
Proprio perché il sistema pensionistico nel nostro Paese è cambiato negli ultimi decenni, oggi più che mai è importante definire per tempo gli obiettivi di risparmio previdenziali e perseguirli con coerenza e costanza.

Denis Balconi, l’autore di questo articolo

Che cosa è la previdenza complementare

Fatte queste doverose premesse, mi addentro nell’argomento “previdenza complementare”. La previdenza complementare è volta alla costruzione di una posizione pensionistica integrativa rispetto a quella garantita dalle forme di previdenza obbligatorie.
Essa si indentifica in quel sistema di fondi pensione e assicurazioni private (collettivi o individuali) che hanno il compito di affiancare le gestioni previdenziali pubbliche, integrandone le prestazioni da questi erogate al compimento dell’età pensionabile.
L’obiettivo dunque, è quello di integrare il progressivo ed inesorabile impoverimento della pensione pubblica conseguenza delle riforme che via via si sono susseguite negli ultimi decenni. Sappiamo che l’attuale sistema applicato nei confronti di tutti i lavoratori è quello contributivo. Ricordiamo velocemente in cosa consiste.

Il metodo contributivo

Il metodo contributivo è un sistema di calcolo della pensione determinato esclusivamente dai contributi versati nell’arco della vita lavorativa. A differenza del metodo retributivo, che erogava la pensione sulla base delle ultime retribuzioni percepite, il regime contributivo permette al lavoratore di accumulare una percentuale della retribuzione annua pensionabile percepita. Questi contributi accumulati sono rivalutati annualmente sulla base del cosiddetto tasso di capitalizzazione. Al termine della vita lavorativa il montante maturato, che corrisponderà ai contributi versati rivalutati, viene convertito in pensione mediante l’utilizzo dei coefficienti di trasformazione.

Ora, senza entrare troppo nei tecnicismi, è facile comprendere come questo sistema contributivo non potrà garantire rendite previdenziali adeguate e in linea con gli ultimi stipendi percepiti dagli assicurati/lavoratori. Questo accade perché, come detto, vengono presi in considerazione solo i contributi effettivamente versati dal lavoratore. Inoltre si deve tener conto che ci si affaccia al mondo del lavoro sempre più tardi e l’impiego non è più così continuativo nel tempo. Ma non ci abbattiamo troppo, abbiamo comunque degli strumenti che ci consentono di dare una risposta all’esigenza di integrare la nostra futura pensione.

Le forme pensionistiche complementari

Andiamo a vedere quali possibili soluzioni abbiamo a disposizione.
La normativa vigente prevede tre tipologie di forme pensionistiche complementari a cui è possibile aderire a seconda della propria posizione lavorativa. Possiamo, quindi, distinguere le seguenti forme:
i fondi pensione negoziali, detti anche chiusi, (vi aderiscono solo specifici gruppi di lavoratori);
i fondi pensione aperti destinati a tutti i lavoratori privi di fondi pensione negoziali o trasferiti da fondi negoziali.
i piani Individuali pensionistici di tipo assicurativo (PIP), sostanzialmente polizze assicurative a carattere individuale con finalità previdenziali alle quali possono aderire sia i lavoratori dipendenti che gli autonomi.

E’ importante, dunque, che fin dall’inizio della carriera lavorativa una persona si informi per pianificare il proprio percorso previdenziale.
Cosa intendo dire con questo? Di seguito fornisco qualche spunto:

• avere un’idea del livello di reddito che ritieni adeguato per te e la tua famiglia nel periodo del pensionamento;
• conoscere l’importo della tua pensione di base (quella erogata dall’INPS o dalle Casse Professionali);
Per un lavoratore iscritto all’INPS è possibile effettuare una simulazione della propria pensione utilizzando il servizio disponibile sul sito web dell’istituto di previdenza, oppure rivolgendosi a un patronato o a un CAF;

• valutare le varie fonti di reddito e risparmio di cui potrai disporre durante l’età anziana;
• stabilire l’eventuale somma da destinare alla previdenza complementare.

Se si è appena stati assunti e si decidesse di aderire a un fondo pensione, è opportuno ricordare che anche piccoli versamenti, fatti in modo continuo fin dall’inizio della carriera lavorativa possono, nel lungo periodo, formare un capitale adeguato a soddisfare le esigenze previdenziali.

Il fondo pensione 

Una volta deciso di aderire alla previdenza complementare, il passo successivo consiste nella scelta del fondo pensione. Devi quindi verificare se, in base alla tua condizione lavorativa, esiste un fondo di riferimento e se vi è la possibilità di ottenere un contributo da parte del tuo datore di lavoro (aspetto questo da non sottovalutare perché rappresenta un incremento alla quota versata, utile per la futura rendita).

Una ulteriore valutazione da fare sono le linee di investimento offerte dal fondo. Solitamente la distinzione è data dalla percentuale di azioni e obbligazioni presenti nelle singole linee. La scelta andrebbe ponderata sia rispetto a quanto tempo manca all’età pensionabile, sia rispetto alla sopportazione del livello di rischiosità delle linee stesse.
Un ulteriore punto che vorrei segnalare a chi di voi è lavoratore dipendente, è quello di decidere se lasciare il TFR futuro in azienda o destinarlo al fondo pensione (ed eventualmente in quale misura).

Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è la somma che l’azienda/amministrazione in cui lavori ti paga nel momento in cui termina il rapporto di lavoro. Puoi scegliere di destinarlo alla previdenza complementare nella misura definita negli accordi collettivi oppure di mantenerlo in azienda. Un lavoratore dipendente del settore privato che entra per la prima volta nel mercato del lavoro, deve decidere, entro sei mesi dalla data di assunzione, cosa fare del tuo TFR.

Mi auguro che queste indicazioni vi possano essere utili ad approfondire l’argomento che ricordo essere vasto e soprattutto deve essere sempre valutato rispetto alla propria situazione personale.

Grazie per l’attenzione e buone riflessioni sull’argomento.

A cura di Denis Balconi

 

La via dell’educazione finanziaria

L’autore di questo articolo si occupa di educazione finanziaria. Poi trovare molti approfondimenti all’argomento sul Finanziariamente educato, un sito da lui curato dedicato all’argomento. Nel 2019, percependo l’evolversi dei bisogni dei cittadini in ambito finanziario, ha interpretato la figura professionale di Educatore Finanziario certificato, iscritto nel registro di AIEF (Associazione Italiana Educatori Finanziari accreditata presso il Ministero dello Sviluppo Economico), con l’obiettivo di aiutare e supportare i risparmiatori e investitori ad acquisire consapevolezza nelle loro scelte finanziarie.

Proprio dall’esperienza di Educatore Finanziario, ha pubblicato anche un libro.

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