Cristina Scozia, 39 anni, probabilmente pedalava felice ieri in una Milano plumbea ancorché primaverile. Non sapeva che tra via Francesco Sforza e corso di Porta Vittoria, in pieno centro, avrebbe incontrato un enorme mezzo, una betoniera a spezzarle la vita. Cristina era personal trainer e massaggiatrice olistica, dottoressa magistrale in scienza dello sport, aveva una bimba di sei anni e un compagno. Vivevano in zona Crescenzago. Tra le società per cui ha lavorato c’era l’Atletica Bresso.
Ieri stava percorrendo la ciclabile di via Sforza, pedalata da migliaia di persone che si muovono a Milano in bicicletta. Come si legge sui tanti commenti social, lo sanno tutti che percorrere le ciclabili in città è pericoloso, specialmente nel centro. Eppure si continua a pedalare e a rischiare la vita…
Cristina Scozia, stando a una prima ricostruzione della polizia locale, è stata urtata dal mezzo pesante guidato da un 54enne che stava svoltando a destra verso Corso di Porta Vittoria. Per lei non c’è stato scampo. L’impatto è stato violento, brutale.
I soccorritori sono intervenuti sul posto con un’ambulanza e un’automedica e non hanno potuto fare altro che constatare il decesso della donna. La polizia locale ha chiuso la strada per fare i rilievi: non è ancora chiaro se anche la bici stesse svoltando a destra o se invece stesse proseguendo dritto. Di certo c’era la pioggia a complicare la visuale del conducente del camion, oltre al famoso angolo cieco. L’autista è risultato negativo all’alcoltest e ai pre-test droga; è stato accompagnato in stato di choc al pronto soccorso.
L’incidente riporta alla mente il recente episodio mortale all’angolo tra viale Brianza e piazzale Loreto. Anche in quel caso, era stato un mezzo pesante e con la visibilità limitata a provocare il decesso di una donna, la 38enne Veronica Francesca D’Incà. La tragedia di ieri ricorda anche l’incidente mortale accaduto all’ex ciclista Davide Rebellin avvenuto a dicembre del 2022.
La proposta: “camion solo di notte o solo con i sensori”

Le associazioni, intanto, protestano: ieri c’è stato un sit in poche ore dopo l’incidente mortale, nel luogo della tragedia, davanti alla biblioteca Sormani.
Il sindaco Giuseppe Sala ieri ha rilasciato una dichiarazione: “Dobbiamo interrogarci su che cosa possiamo fare come istituzioni, imprese e cittadini per impedire che questi drammatici eventi si ripetano”.
Chi da anni è impegnato sul fronte dei diritti di chi va in bicicletta è Marco Mazzei, presidente della commissione mobilità di palazzo Marino, che nelle scorse settimane ha depositato un documento in consiglio comunale per chiedere che tutti i mezzi pesanti presenti a Milano siano dotati di sensori in grado di rilevare la presenza di persone negli angoli ciechi. Il testo dovrebbe essere discusso nelle prossime riunioni del parlamentino milanese. Mazzei che abbiamo raggiunto personalmente, ci ha invitato a leggere il suo commento a caldo sulla sua pagina Facebook a poche ore dall’incidente di Cristina. Mazzei ricorda che anche lui percorre spesso quel tratto di ciclabile: “Lo stesso percorso del conducente di una betoniera che, chissà, arrivava da uno dei cantieri di M4 o forse proprio dal grande cantiere dell’ospedale, e che a quell’incrocio poco fa ha investito e ucciso una ragazza di 39 anni che era in bicicletta. Lei come me e mille altre persone. Altre famiglie e comunità, anche quelle del conducente del camion, distrutte.
E appunto è una svolta che farò sabato e che avrò fatto mille e mille volte da quando vado in bici: siamo nel cuore della città a pochi passi da luoghi (la biblioteca, l’ospedale, l’università) dove si incrociano milioni di vite. Negli occhi sconvolti di chi era lì questa mattina e nelle chat su Whatsapp di queste ore c’è un senso di smarrimento che è difficile da raccontare. Io stesso, non lo so, mi chiedo che senso abbia stare qui a lavorare per la bici a Milano, se in bici a Milano si continua a morire. E guardo l’ordine del giorno che avevo scritto subito dopo la morte di Veronica, penso che appena scritto, appena ricordati i nomi delle persone, un minuto dopo doveva essere riscritto perché altre persone e altre comunità erano state travolte da un incidente. E ogni volta che succede è come se succedesse di nuovo per tutte e tutti, ogni volta è un dolore che si somma agli altri dolori.
Il senso di stare qui penso sia cercare di dare una risposta a quei dolori, testimoniare che la città non è distratta e lontana come forse a volte sembra, trovare da qualche parte la forza che serve per andare avanti. Il senso di stare qui penso sia prendere quell’ordine del giorno, farlo arrivare in aula, discuterlo, trasformarlo in un atto di indirizzo che poi
cambia per davvero le cose. Il dramma è che le cambierà comunque troppo tardi per Silvia, Veronica, Angela e tutte le altre e gli altri, troppo tardi per la ragazza morta oggi, che non ha ancora un nome con il quale ricordarla. Troppo tardi è un’idea insopportabile, però forse il senso di stare qui è provarci nonostante sia appunto insopportabile”.
Ora fatti, basta con le parole
Per il presidente della commissione mobilità di Palazzo Marino si dovrebbe rendere obbligatorio agli autisti l’uso di un kit per eliminare l’angolo cieco. Si tratta di una strumentazione dal costo contenuto, appena un centinaio di euro. A Londra dal 2021 – ricorda Mazzei – esistono norme per consentire l’accesso in città
solo ai mezzi pesanti che aderiscano a una serie di standard di sicurezza, tra i quali proprio la soluzione dell’angolo cieco.
Dopo i fatti tragici di cronaca ora la parola e le iniziative spettano alle istituzioni, ai politici, che dovrebbero offrire qualche soluzione.
Se vuoi condividere informazioni e esperienze nel mondo della bicicletta, scrivi a inpuntadisellino@gmail.com
Angelo De Lorenzi






