HomeBreaking NewsMarco Pastonesi: “Amo i pedalapiano perché nessuno li intervista”

Marco Pastonesi: “Amo i pedalapiano perché nessuno li intervista”

Ha giocato a rugby – anche in serie A – ha scritto tanto di ciclismo sulla Gazzetta dello Sport; autore prolifico, oggi si esprime anche attraverso i Podcast.
Stiamo parlando di Marco Pastonesi, giornalista di razza dedito all’approfondimento, efficace pubblico affabulatore, figura di riferimento per un tipo di giornalismo sportivo forse in via di estinzione.

Lo abbiamo incontrato venerdì 11 novembre nella storica sede Rossignoli di Corso Garibaldi 71 a Milano, chiesa laica per i ciclisti meneghini di tutte le “confessioni”. L’occasione ci è stata data dalla presentazione del libro L’ITALIA CHE VOLA, 168 pagine, Ediciclo editore.

Pastonesi è stato il gran cerimoniere della serata, presentando e incalzando di domande l’ospite di eccezione, Giuseppe Saronni, di cui tratta il libro assieme a un secondo personaggio, Libero Ferrario.

Marco, quanti libri hai scritto?
Tanti… Tanti, tanti, ma tutta roba piccola.
Qual è stato il tuo primo lavoro che hai pubblicato?
Guida al blues scritto con Fabio Treves.
Il primo libro di ciclismo?
Vai che sei solo. Era una raccolta di interviste a gregari, capitani. Insomma, corridori.
Perché scrivi di ciclismo?
Perché il ciclismo parla di storie meravigliose, appassionanti, tutte diverse le une dalle altre. In mezzo ci sono biciclette, manubri, selle, chilometri e asfalti.
So che ami raccontare non solo dei primi, ma anche degli ultimi. Hai una passione per le maglie nere?
Amo soprattutto gli ultimi, le maglie nere, le lanterne rosse, soprattutto i fanalini di coda, soprattutto i ritardatari, i lenti, i posapiani, i pedalapiano. Perché? Perché nessuno li intervista. Io voglio dare voce a quelli che non hanno avuto la possibilità raccontare le loro storie e in genere le loro vicende sono più divertenti, più allegre, più strane di tutte le altre.
Pastonesi a parte, chi è il giornalista più bravo di ciclismo?
Claudio Gregori. Lo è perché – come diceva il nostro collega Germano Bovolenta – indossa i paramenti sacri, si tuffa o si immerge negli archivi e riemerge con delle storie fantastiche.
Con il tuo ultimo libro per i tipi della Ediciclo ti occupi di Saronni. Come è nata quest’opera?
Saronni non è uno dei miei non essendo stato un ultimo, ma un primo, un vincente, un capitano, un leader. Questo libro è nato da una proposta. Il Comune di Parabiago ci ha chiesto di comporre un’opera che riguardasse due campioni del mondo: Libero Ferrario, vincitore nel 1923 del campionato del mondo e Beppe Saronni, che vinse il Mondiale nel 1982. Con Fabio Gregori ci siamo divisi i compiti. Io mi sono occupato di Saronni.
Hai in mente di scrivere qualche altro libro in futuro?
Sì. Non dico i titoli, non per scaramanzia o contratto, ma perché ho sempre paura di fare brutta figura. Ho dei progetti riguardanti non solo il ciclismo e il rugby, l’altra mia grande passione, ma anche altri sport. Credo di avere ancora poche cartucce da sparare e le voglio usare per progetti che sento veramente miei.
Non scrivi solo libri, ma ti esprimi anche con i podcast…
È un modo diverso di scrivere una storia e in più la puoi raccontare parlando. È ancora qualcosa di più personale rispetto alla battitura di un testo al computer. Mi piacciono i podcast.
Hai lasciato da qualche anno la militanza giornalistica. Non scrivi più per La Gazzetta dello Sport. A proposito: quanti Giri d’Italia hai seguito?
Dal 2002 al 2015. Io quei Giri li ho seguiti a partire dalla vigilia della prima tappa sino al giorno successivo all’ultima.
Cosa ti manca di quel mondo lì?
Quel mondo lì. Quel mondo lì, cioè essere dentro quella realtà dal giorno precedente la prima tappa sino alla fine vivendo quotidianamente a contatto con i corridori. Credo che l’esperienza sia irripetibile perché le condizioni di allora non sono le stesse. A quei tempi si poteva ancora vivere con i corridori, dalla mattina alla sera.
Che ruolo ha oggi l’editoria sportiva e in particolare quella che si occupa di ciclismo?
Un tempo i libri di sport erano considerati di serie B. Ora hanno un settore ben riconosciuto e riconoscibile nelle librerie. Oggi – possiamo affermare – l’editoria sportiva è in serie A. Poi dipende dagli autori. Open, l’autobiografia di Agassi scritta da J.R. Moehringer ha dimostrato di essere un capolavoro universalmente conosciuto. È stato un successo anche economico perché è un testo fantastico.
C’è quindi spazio per scrivere di sport?
Sicuramente, soprattutto adesso perché i giornali non hanno più queste storie. C’è spazio per l’approfondimento. Anche le grandi case editrici sono interessate a questi racconti.
Nei prossimi anni usciranno ancora libri su Fausto Coppi?
Ce ne saranno ancora, ma tutto quello che doveva essere scavato è stato fatto.

A cura di Angelo De Lorenzi

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