Affabile, sorridente, gioioso. Felice. Ieri, monsieur Christian Prudhomme, il direttore del Tour de France in visita al Santuario della Madonna del Ghisallo di Magreglio e poi al Museo deve essere stato colto da una sorta di sindrome di Stendhal ciclistica. Gli organizzatori dell’evento gli avevano preparato un succulento menu perché oltre ai cimeli e ai ricordi presenti all’interno del museo c’era apparecchiata anche la mostra dedicata al Tour de France. Un francese così importante – non solo nel mondo del ciclismo perché la Grande Boucle ha un significato che travalica lo sport – che prende l’aereo, abbandona per un giorno tutti i suoi impegni e viene da noi per omaggiarci, forse non si era mai visto. Per un nanosecondo la proverbiale grandeur d’Oltrealpe si è inchinata al nostro patrimonio sportivo e umano, alle nostre “leggende”, ai nostri campioni.
“L’Italia è un grande Paese di ciclisti – ha detto nell’intervista che ci ha concesso – l’unico grande Paese a vocazione ciclistica da cui non si era ancora partiti era proprio l’Italia”. “Non sono mai venuto al Santuario del Ghisallo – ha aggiunto Prudhomme – e questa mostra dedicata al Tour de France l’ho trovata magnifica, mi ha dato il sorriso”. Alla domanda quale fosse il corridore italiano che conosce meglio Prudhomme non ha avuto esitazioni, ha fatto il nome di Gino Bartali, “una leggenda del ciclismo”. Poi ha aggiunto: “Quest’anno abbiamo voluto onorare i campioni italiani attraverso le prime tappe che attraverseranno l’Italia”. Ha poi citato, in sequenza, ancora il nome di Bartali, poi quello di Nencini e, infine, Coppi. Il direttore del Tour ha ricordato quando il generale Charles De Gaulle fermò la corsa il 16 luglio 1960, nella penultima tappa, per stringere la mano a Nencini e fargli i complimenti. “Attraverso il ciclismo – ha concluso la nostra intervista Prudhomme – celebriamo una cultura comune”.









