Ven. 12 Apr. 2024
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Sesto San Giovanni, addio Campari: ed è già polemica

Rimpallo di responsabilità tra Pd e Di Stefano. Per i dem l'Amministrazione non sarebbe in grado di trattenere le realtà presenti sul territorio. Il sindaco: "Se Campari vuole realizzare il suo quartier generale a Milano è solo perché loro glielo consentirono in passato”.

La notizia del trasferimento del quartier generale di Campari si è rapidamente diffusa in città ed ha suscitato inevitabili reazioni. Nel mondo politico anzitutto, con un rimpallo di presunte responsabilità sull’annunciato addio della multinazionale dell’aperitivo al territorio sestese.
A partire dal PD cittadino che, appresa la notizia del trasloco, chiama in causa l’Amministrazione in carica, attribuendone parte di responsabilità nella vicenda: “Quando il Partito Democratico governava la città – scrivono i Dem in un post affidato a FB -, avevamo messo in campo azioni e iniziative per essere attrattivi per realtà come Geas, l’Università, Campari e molti altri. Cosa sta facendo invece questa Amministrazione? Li stanno facendo scappare, distruggendo i rapporti creati in decenni di collaborazioni e sforzi”.

Ma di diverso avviso è il primo cittadino Roberto Di Stefano, che ha tenuto a fare chiarezza sulla questione, respingendo le accuse: “Ricordiamo agli smemorati rossi che se Campari vuole realizzare il suo quartier generale a Milano è solo perché loro glielo consentirono in passato”. Questa la premessa prima di riepilogare per sommi capi la vicenda Campari sul territorio sestese dove l’azienda si era insediata agli inizi del ‘900 con il primo stabilimento produttivo, poi ampliato negli anni e trasferito fuori dai confini sestesi, fino ad oggi con il quartier generale e la Galleria Campari a testimoniare la storia della iconica bevanda rossa e del suo legame con l’arte.

Nel mirino le giunte Oldrini e Chittò: “Dopo la chiusura dello stabilimento, avvenuto durante la Giunta Oldrini – ricorda Di Stefano -, è stata proprio l’amministrazione di sinistra a consentire una gigantesca speculazione edilizia”. Un “regalo” di volumetrie che non era passato inosservato all’opposizione dell’epoca: “Cambio di destinazione d’uso e conteggiati anche i laboratori sotterranei – sottolinea -, concedendo a Campari la costruzione di 4 torri residenziali, pochi uffici che ospitano oggi solo 400 dipendenti e un’area museale/espositiva. Il ritorno per il territorio? Un giardino curato dall’azienda e la cessione della Villa Campari che oggi è un ristorante”. Ma non è tutto, perché anche l’annesso laboratorio alla Villa avrebbe dovuto essere demolito, dal momento che la cubatura era già nelle torri: “Sotto la giunta Chittò hanno cambiato la regola ed hanno ‘salvato’ anche questa struttura aumentando ulteriormente il carico dopo i volumi ‘magici’ dei sotterranei”.

Il capitolo sestese si chiude, del resto la convenzione urbanistica prevedeva che Campari mantenesse in città il quartier generale solo per la durata della convenzione stessa. Allo scadere il Gruppo, che ha in pancia oltre 50 marchi e conta 4.500 dipendenti, ha legittimamente optato per esplorare nuove opportunità di insediamento, trovando forse più funzionale allo scopo il trasferimento nel cuore del capoluogo lombardo. Proprio oggi è stata resa nota la firma della compravendita dell’immobile di corso Europa 2 a Milano, zona San Babila, che ospiterà la nuova sede del Gruppo a partire dal 2027.

Di Stefano chiude parlando di scarsa lungimiranza della classe politica che lo ha preceduto: “Il PD dell’epoca avrebbe dovuto proporre a Campari di realizzare il quartier generale a Sesto e il residenziale a Milano – rimarca Di Stefano -. Invece qualcuno ha preferito capitalizzare o speculare con l’edilizia perché altrimenti non si spiega una scelta evidentemente sbagliata senza nessun ritorno per la città. O forse qualcuno ha guadagnato”.

 

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