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Coronavirus: Annalisa Bergna, di Paderno Dugnano, è una delle ricercatrici che ha isolato il ceppo italiano

Coronavirus: Annalisa Bergna, di Paderno Dugnano, è una delle ricercatrici che ha isolato il ceppo italiano
febbraio 28
08:50 2020

PADERNO DUGNANO – Una buona notizia che fa ben sperare, in questi giorni convulsi e confusi. Arriva dall’Ospedale Sacco di Milano, dove i ricercatori sono riusciti a isolare il ceppo italiano del virus. Dopo lo Spallanzani di Roma, ancora una volta è la sanità italiana – questa volta lombarda – che trova il bandolo della matassa e apre spiragli per la ricerca che ora potrà procedere con qualche punto fermo in più. Ad annunciarlo il professor Galli dell’Istituto di scienze biomediche illustrando i risultati del lavoro ininterrotto che va avanti dalla scorsa domenica nei laboratori milanesi sotto la guida della professoressa Claudia Balotta.

L’isolamento del virus di 4 pazienti di Codogno, cluster della Lombardia, permetterà ai ricercatori di “seguire le sequenze molecolari e tracciare ogni singolo virus per capire cos’è successo, come ha fatto a circolare e in quanto tempo” ha spiegato all’Ansa il professor Galli, consentendo in un secondo momento di studiare lo sviluppo di anticorpi e conseguentemente vaccini e terapie da parte dei laboratori farmaceutici.

5 i ricercatori del team dell’Ospedale Sacco, coordinati dalla professoressa Claudia Balotta, Alessia Loi, Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli – precarie – Maciej Tarkowski e il professor Gianguglielmo Zehender.

Tra loro la padernese Annalisa Bergna, laurea 110 cum laude in Biologia alla Bicocca di Milano, da tre anni nel team di ricercatori del Sacco. Una notizia bella due volte è il commento del Sindaco di Paderno Dugnano Ezio Casati: “Per il risultato scientifico e perché nel team che ha lavorato alla scoperta c’è anche la nostra concittadina Annalisa Bergna – ha detto – Un grazie da parte nostra ad Annalisa e a tutti i ricercatori per quello che stanno facendo lavorando incessantemente”.

Una doppia buona notizia, che però lascia l’amaro in bocca e riaccende i riflettori sull’annosa questione del precariato della ricerca. Come nel team dello Spallanzani, di cui una delle ricercatrici si è scoperto essere precaria, anche nel team dell’Ospedale Sacco tre di loro si trovano nella medesima situazione. Un paradosso pensando all’eccellenza dei risultati, alla dedizione e all’instancabile lavoro svolto – sotto gli occhi di tutti – senza interruzione fin dalle prime avvisaglie dell’emergenza Coronavirus. Vedremo se passata la bufera, le stesse Istituzioni che oggi lodano il lavoro dei ricercatori, a riflettori spenti muoveranno concretamente qualche passo nella direzione di spostare l’Italia dall’ultimo posto in classifica Ue per fondi destinati alla Ricerca e all’Università.

 

 

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Micol Mule

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