Sab. 13 Lug. 2024
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Cinisello Balsamo, “I nostri giovani hanno bisogno di sognare”. A lezione dall’ex campione di rugby Sergio Zorzi

[textmarker color=”E63631″] CINISELLO BALSAMO [/textmarker] “I nostri ragazzi hanno bisogno di emozioni. Dobbiamo regalar loro la capacità di sognare”. E’ la ricetta di Sergio Zorzi, per aiutare i giovani che vivono nelle città, così come nelle periferie più difficili.

Trevigiano, ex Benetton, una carriera agonistica di tutto rispetto. Sabato nel campo di rugby di Cinisello Balsamo in via Cilea, Zorzi ha insegnato a un gruppo di allenatori impegnati nelle categorie giovanili. L’ex giocatore della nazionale è stato invitato dalla compagine della pallavolo locale, i Lupi Metropolitani, sostenuti da una delle aziende del territorio, Professionecasa, sponsor della squadra.

I Lupi Metropolitani sono una bella realtà dello sport giovanile del nostro territorio: 124 iscritti, una novantina i bambini e i ragazzi della fascia dai 4 ai 13 anni, 10 ragazze fra i 14 e i 16 anni, collaborazioni con il Cus Milano e con il Rugby Cusago.

Come ha iniziato la sua carriera?
Ho iniziato nelle file della Tarvisium, impegnata a livello giovanile, società satellite della Benetton Rugby, squadra alla quale sono approdato quando ho compiuto i 19 anni.

Ruolo?
Tre quarti centro. Ha giocato insieme a Dominguez, a Troncon, insomma la storia della pallaovale azzurra. Alla Benetton ho giocato per 10 anni e ho vinto due scudetti, nel 1989 e nel 1982. Nella mia carriera ho avuto un incontro importante, quello con Pierre Villepreux, un allenatore bravissimo; per me un maestro. Prendo ispirazione da lui.

Che cosa le ha dato in più Villepreux, rispetto agli altri allenatori che ha incontrato?
La libertà di scelta. La libertà anche di sbagliare,che è una cosa bellissima. E la libertà di osare. Lui diceva: io propongo, il giocatore deve poi fare il suo gioco. Ci voleva giocatori intelligenti, non giocatori-robot.

A completamento della sua ottima carriera è stato convocato in Nazionale. Che esperienza è stata?
Ho partecipato alla prima Coppa del Mondo in Nuova Zelanda, sono stato convocato, ma purtroppo non sono sceso in campo perché mi sono fatto male in riscaldamento prima della partita con l’Argentina. Così non ho giocato perché mi sono strappato un adduttore. Mi è dispiaciuto molto, però ho fatto comunque parecchie partite in Nazionale e mi sono divertito.

Quando ha smesso di giocare?
A 32 anni, mi sentivo stanco e ho iniziato subito ad allenare. Prima esperienza con il Mogliano e dopo tre anni eravamo in serie A. Sono soddisfazioni. Ho allenato per molti anni la Benetton Under 19, l’Under 21 e anche la prima squadra come skill coach, ovvero addetto alle attività di base vincendo due scudetti. E ho anche allenato per cinque anni la Nazionale Under 18: terzi a un Campionato Europeo. Bello!

E adesso?
Faccio il formatore e Skills coach.

In pratica?
Giro l’Italia, e l’estero per fare formazione con la mia società, l’Akkademia. Alleniamo gli allenatori e facciamo formazione anche ai giocatori. Nel mio staff operano due pedagogisti, un professionista inglese e una pedagogista veneziana. Che cosa facciamo? Insegniamo, per esempio, a relazionarsi con bambini di otto anni, piuttosto che con un ragazzo adolescente di 16. Credo che il potere delle parole possa cambiare il mondo. Questa è la mia filosofia. Non lavoriamo solamente con le squadre, ma portiamo i nostri corsi anche in azienda. Offriamo servizi di coaching.

Può spiegarci? Che cosa significa?
In pratica portiamo i princìpi base in azienda. Teoria, ma anche campo.

Che cosa insegnate?
Insegniamo la filosofia del gioco del rugby. Faccio un esempio. Non sentirti troppo grande per fare le cose piccole: ci vogliono l’umiltà e la “fame” del secondo per arrivare primo. Facciamo la lezione in aula, ma poi giochiamo anche a rugby. La gente è stufa di parole, ha voglia di fare.

Ci racconta che cosa è il terzo tempo, anche per chi non conosce bene il rugby?
E’ la festa insieme a fine partita fra i giocatori di entrambe le squadre. Si mangia assieme e ci si sfida a cantare le canzoni. E’ una sfida nella sfida. Ma una sfida sana. Il gesto più bello è lo scambio della cravatta, al termine delle partite internazionali. Un modo per dire: “Mi sono sentito fiero di te. Ho rispetto di te”.

A che cosa serve il rugby?
A volte a togliere i ragazzi dalla strada, specie in contesti difficili di periferia. Li salviamo. Oggi i giovani hanno bisogno di sogni e di emozioni, devono staccarsi dagli apparecchi e incontrare gli altri.

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