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Bresso, l’inclusione per i bambini con disabilità è una strada tutta in salita

Bresso, l’inclusione per i bambini con disabilità è una strada tutta in salita
dicembre 03
07:45 2019

BRESSO – Oggi si celebra a livello internazionale la Giornata delle persone con disabilità, proclamata nel 1981 con l’obiettivo di promuovere diritti e benessere dei disabili, cui ha fatto seguito, nel 2006, la “Convenzione sui diritti delle persone con disabilità”, che ribadisce il principio di uguaglianza e la necessità di garantire loro la piena e effettiva partecipazione in tutti gli ambiti della società. Diritti, benessere, inclusione. In questi giorni sono riecheggiati nelle numerose iniziative promosse dai Comuni del Nord Milano, con lo scopo da un lato di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, la disabilità, e dall’altro di mostrare in azione le numerose realtà associative che sono al fianco di chi, la disabilità, la vive in prima persona.

Oggi, 3 dicembre 2019, a distanza di 38 anni dalla proclamazione di questa Giornata, per molte famiglie che fanno i conti quotidianamente con la disabilità, è una giornata forse ancora più difficile delle altre. Perché se è vero che sulla carta le intenzioni sono nobili, nella realtà le cose sono molto più complicate. A partire dalla scuola. Un diritto sancito dalla Carta Costituzionale, che per i bambini disabili non è così scontato come per i loro pari e che troppe volte diventa una battaglia, combattuta dai genitori, per l’ottenimento di quel numero adeguato di ore educative e di sostegno necessarie per una reale inclusione scolastica.

Succede a Bresso, dove un gruppo di genitori di bambini con disabilità ha costituito un comitato per condividere il bisogno e le azioni orientate a promuovere iniziative a sostegno della disabilità, un gruppo attivo, propositivo, che vuole dar voce alle esigenze dei propri figli in maniera costruttiva e soprattutto senza piangersi addosso.

Il problema è sempre lo stesso, le ore educative e di sostegno che mancano sempre, compromettendo in modo determinante la possibilità per i loro figli di frequentare con costanza la scuola. “La questione si ripropone ogni anno – ci raccontano – gli insegnanti di sostegno non ci sono, ma questo perché in Lombardia sappiamo esserci una carenza strutturale del 50 %. La nostra garanzia sono gli educatori – che sono in carico al Comune di appartenenza – che consentono una continuità educativa ai nostri figli, diventando per loro un punto di riferimento, ed è fondamentale che all’inizio dell’anno scolastico ci siano”.

Quest’anno però alla ripresa del nuovo corso di studi, ecco l’amara sorpresa da parte dell’Amministrazione: una lettera che comunicava ufficialmente il termine dell’educativa scolastica e domiciliare con Cogess, la cooperativa precedente, in favore di Ipis (Azienda speciale consortile Insieme per il Sociale dei quattro comuni d’ambito, ndr), appalto poi assegnato a Pianeta Azzurro, che – almeno in linea teorica- avrebbe dovuto garantire la continuità, offrendo agli educatori di Cogess la possibilità di passare sotto di loro: “Poi però qualcuno non ha accettato, qualcuno è passato allo Stato, qualcuno è passato e poi ha mollato – continuano i genitori – quindi la sostanza è che la scuola è iniziata senza sapere se avremmo avuto gli stessi educatori”.

Una sorpresa cui va ad aggiungersene una ancora più amara: “All’inizio dell’anno scolastico abbiamo scoperto che c’è stato un taglio delle ore educative scolastiche comunali tra il 10 % e il 40 % – proseguono i genitori – quelli che avevano già l’educatore perché erano già nel complesso scolastico, del 10 % e chi entrava invece dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria e alla scuola secondaria di primo grado ha subito un taglio del 40%, entrando con un massimo di 6 ore educative”.

L’amarezza è tanta perché: “La stessa Amministrazione una volta eletta ha dichiarato nelle intenzioni di avere a cuore il problema della disabilità e che si sarebbe resa disponibile a mettere in campo azioni in questa direzione”, spiegano. Un’intenzione all’ascolto delle problematiche che interessano le famiglie con disabili che sembrava reale nell’incontro del 1° giugno con l’Amministrazione, anche se arrivato dopo sei mesi di insistenza da parte delle famiglie: “In quell’incontro avevamo chiesto collaborazione come l’avremmo data noi a loro, ma nessuno ci ha informato di quello che sarebbe successo e abbiamo scoperto le cose a scuola iniziata”.

Ma i genitori, si sa, non si arrendono e da quel momento hanno iniziato a muoversi con lo scopo di ottenere quello che è un diritto sacrosanto per i loro ragazzi. Va detto che le ore educative sono obbligatorie per legge e sono stabilite all’interno di cosiddetti PEI, piani educativi individualizzati, studiati per il singolo caso, all’interno dei quali deve risultare cosa serve al bambino, vincolanti per l’Amministrazione del Comune di appartenenza che deve garantire quello che c’è scritto. Una recente sentenza della Cassazione ha infatti ravvisato “una palese violazione del diritto allo studio e alla pari opportunità” nel comportamento di un Comune che aveva ridotto le ore educative ad un bambino della scuola dell’infanzia.

Non solo, la legge fissa un termine ben preciso sulla definizione dei PEI, che era stabilito per la fine di ottobre: “Inspiegabilmente, ad oggi – fanno sapere le famiglie – non sono ancora pronti”.

Da quel momento si sono susseguiti un paio di incontri con l’Amministrazione per cercare di arrivare ad un accordo, ma il problema pare essere sempre lo stesso: la carenza di fondi e l’aumento delle certificazioni di disabilità. Per cui il taglio delle ore si rende necessario per dare una minima, ma non sufficiente, copertura a tutti. Il Sindaco Cairo dal canto suo, in una nota, ha messo nero su bianco cifre e dati a garanzia della correttezza dell’operato della sua Amministrazione.

Nessuno però vuole fare il muro contro muro, perché la vera inclusione passa da un cambio culturale: “Bisogna essere lungimiranti e pensare che il lavoro educativo fatto sui nostri figli è un lavoro che torna indietro – sottolineano i genitori – Non avranno bisogno di assistenza tutta la vita, magari lo si vedrà tra 30 anni, ma tornerà indietro quando saranno adulti”.

 

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Micol Mule

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