29 ottobre 2024 e 4 giugno del 2000. Due date scolpite nella mente di Stefano Garzelli, una a ricordare la sofferenza e la paura, l’altra la gioia. Venticinque anni fa il corridore varesino saliva sul gradino più alto del podio del Giro d’Italia dopo aver beffato Francesco Casagrande nella crono del Sestriere. Un trionfo nel segno di una bellissima fotografia scattata sull’Izoard, dove il gregario speciale (nell’occasione) Marco Pantani, tornato alle corse dopo mesi tribolati, scortò da par suo il compagno di squadra in lotta per il primato. Pochi mesi fa, invece, Stefano ha conquistato un’altra maglia rosa, quella della generosità. Nei giorni della terribile alluvione di Valencia, che ha causato 229 morti e devastato l’intera regione, l’ex campione che vive in Spagna da circa vent’anni, oggi valente opinionista tv e fondatore di una scuola di ciclismo, si è messo a spalare il fango e a promuovere una raccolta fondi di solidarietà. Il ciclismo, spesso, è un insieme di sofferenza e di generosità. E un vincitore del Giro d’Italia di solito sa farsi valere sia nell’una che nell’altra.
Il primo vincitore del Giro d’Italia è stato Ganna
Garzelli è rimasto legatissimo alle sue origini, il paese di Besano in Valceresio, ed è una bandiera del ciclismo varesino, che ha un rapporto speciale col Giro d’Italia: nove vittorie finali e, stando ai calcoli di Sergio Gianoli nel suo libro “Varese pedala”, 92 vittorie di tappa. Del resto l’albo d’oro della corsa rosa ha in vetta il varesino Luigi Ganna, il “magutt” di Induno Olona che ogni giorno si faceva almeno 50 km (e ritorno) per presentarsi ai cantieri di Milano. Luisun nel 1909 trionfò nella Sanremo e al Giro. Attardato dallo scoppio di un tubolare nell’ultima tappa, non si fece prendere dal panico: accese il turbo dei suoi garretti e recuperò il tempo perso. La Gazzetta lo definì “il gigante calmo”. Appesa la bicicletta al chiodo sarebbe diventato un grande imprenditore (produsse moto e bici) e manager sportivo.
Dopo Garzelli sono arrivate le imprese di Ivan Basso, l’uomo delle resurrezioni. Pluridecorato già prima del professionismo, si affermò nelle grandi corse a tappe. Prima raggiunse il podio del Tour e poi si presentò al Giro come favorito. Nel 2005 cedette su Mortirolo e Stelvio, ma nel 2006 ecco il primo trionfo, lasciando il secondo classificato a 9’18” (massimo distacco dal ’65 e fino all’avvento di Pogačar ). Squalificato tra il 2007 e il 2008 per aver ammesso contatti con lo “stregone” dottor Fuentes (ma senza mai essere risultato positivo ai controlli), tornò al Giro ottenendo nel 2010 la seconda meritatissima maglia rosa. Oggi, chiusa la carriera a causa di un tumore a un testicolo, è il manager della squadra professionistica della Polti VisitMalta creata insieme ad Alberto Contador.
Pagato per non partecipare
A chiudere l’elenco delle maglie rosa del Varesotto non restano che le cinque affermazioni di Alfredo Binda, campione eccelso, tra i più grandi della storia del ciclismo. Vinse il primo Giro al debutto nel 1925 e l’ultimo nel 1933, oltre a 41 tappe e a 59 maglie rosa (o meglio, primati nella classifica, visto che la maglia rosa venne inventata nel 1931). Leggendaria l’esclusione dall’edizione del 1930 perché giudicato troppo forte e quindi in grado di ammazzare interesse e spettacolo (un Pogačar ante litteram). Ma a proposito di Binda, che dominò un’epoca, troppo ci sarebbe da dire…
Qualche riga la dobbiamo infine dedicare ad altri protagonisti varesini del Giro, che non l’hanno vinto, ma ci sono andati vicino. Silvano Contini, per esempio, con le sue 14 maglie rosa, e Vladimiro Panizza, che il 5 giugno di quest’anno compirebbe 80 anni. Ci ha lasciato anzitempo, tradito da quel cuore generoso che sempre gettava oltre gli ostacoli, le difficoltà, le possibilità. Negli anni fine ‘70-’80 circolava nelle corse un certo Bernard Hinault e i nostri eroi tentarono invano di scalzarlo dal trono. Fu così che Panizza divenne l’emblema della classe operaia destinata al Paradiso. Debuttò al Giro nel ’67 involandosi nella tormenta sulle Tre Cime di Lavaredo, ma la tappa venne annullata. Poi, fatica dopo fatica, vittorie (poche) e sconfitte (tante), giunse il premio. A fine carriera, a 35 anni, conquistò la maglia rosa. Per sei giorni, naturalmente fino al perentorio intervento di Hinault. Vladimiro detto Miro ha una storia tutta da conoscere, non solo dal punto di vista sportivo. Nato in una corte contadina di Fagnano Olona, si affermò grazie alla tenacia e a un carattere non facile. Lo ritenevano un burbero, ma era parecchio generoso, sia in corsa che fuori. Dava sempre l’anima. A Rodero (Como) porta il suo nome una casa per disabili che aiutò a far nascere: la Casa di Miro, gioiello che spicca tra le comunità assistenziali della cooperativa Agorà 97. Slanci di generosità, avventure, aneddoti, persino i litigi di Miro sono raccontati nel libro “Miro Panizza, campione tra i campioni”, fresco di tipografia, vergato dal sottoscritto per Macchione editore.
Paolo Costa







