Sab. 13 Lug. 2024
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Cusano Milanino, la lunga volata dei De Rosa

Per anni il marchio è stato il cavallo vincente di Francesco Moser e soprattutto di Eddy Merckx, il corridore più forte nella storia del ciclismo. Intervista a cuore aperto con Cristiano De Rosa, amministratore delegato dell’azienda che si appresta a celebrare i suoi primi 70 anni di attività e che esporta bici in tutto il mondo, dal Giappone all'Oceania

Anno speciale il 2023 per l’azienda De Rosa di Cusano Milanino, perché siamo alla  vigilia dei festeggiamenti per i 70 anni di attività dell’azienda e ormai siamo arrivati alla terza generazione. Papà Ugo, il fondatore, i tre figli, e ora è arrivato il turno dei nipoti che hanno iniziato a prendere confidenza con il mestiere del nonno.

Ugo De Rosa, il fondatore dell’azienda, nella sede di Cusano Milanino

Nella zona industriale di Cusano Milanino si producono circa 7000 biciclette ogni anno, un concentrato di sapienza artigianale e ingegno industriale. Sono mezzi da competizione usati sia da alcuni corridori professionisti, sia da un esercito di appassionati cicloamatori. A 70 anni dagli inizi chi fa ancora notizia è il fondatore, classe 1934, uno dei grandi maestri che hanno contribuito a far conoscere nel mondo l’Italia del pedale.

«Non un fuoriclasse, ma sicuramente uno molto bravo, appassionato al suo lavoro, un imprenditore lungimirante, un pioniere nel suo ambito». Così lo descrive il figlio Cristiano.

Quando è nata l’azienda?
«Mio papà iniziò l’attività nel 1953 malgrado i suoi genitori non fossero d’accordo perché ancora minorenne. Inoltre mio nonno era caporeparto alla Pirelli e dunque sarebbe potuto entrare di entrare a lavorare subito in fabbrica, ma lui non ne voleva sapere: la sua passione erano le bici; aveva anche corso, non con grandi risultati, però il ciclismo era entrato nella sua vita come per tanti altri ragazzi della sua età. In famiglia fu una discussione in famiglia piuttosto accesa, ma alla fine riuscì a convincere mio nonno ad aprire una piccola bottega in via Lanfranco della Pila a Milano, dove iniziò a riparare e a costruire biciclette.

Mio papà rimase in quel primo laboratorio circa un anno, poi conobbe mia mamma e con lei nacque anche un sodalizio professionale che si rivelò un successo: trovarono un negozietto in piazza XXV Aprile al numero 19. L’attività  poi si ingrandì e presero anche un retrobottega e un box. Mio papà iniziò a riempirlo dell’attrezzatura necessaria per costruire e riparare biciclette. Prima di arrivare nella zona industriale a Cusano nel 1985 c’è stata una breve parentesi a Palazzolo Milanese».

Come si sviluppò l’attività?
«La nostra storia professionale ebbe inizio quando papà incontrò casualmente Raphaël Géminiani, il primo corridore al quale costruì una bicicletta. Fu un incontro casuale. Mio papà era a Milano al Velodromo Vigorelli durante una kermesse a disposizione di quei corridori senza un meccanico personale. Géminiani si ritrovò senza bici e mio papà gliene diede una. Il corridore rimase soddisfatto del mezzo e gli chiese di costruirne altre per sé anche per le gare su strada. Da allora iniziò così a fare esperienza nel mondo delle corse professionistiche e si fece pubblicità con il passa. Poi altri corridori chiesero a mio papà di costruirgli la bici. Lavorò con tanti campioni. Ricordo, fra gli altri, Gianni Motta, un cavallo pazzo in corsa, ma un corridore che prestava molta attenzione al mezzo meccanico. Insomma, era un tipo pignolo. Dopo la parentesi Motta, arrivò un certo Merckx che per mio padre rappresentò il vertice della carriera. Con Eddy iniziò a collaborare a partire dal 1973 sino al termine della sua carriera con i corridori nel 1978.  Dopo aver concluso la collaborazione con Merckx, si dedicò interamente all’azienda che aveva avviato».

Che cosa ha rappresentato per lei Eddy Merckx?
«Eddy è stato un corridore straordinario: ha vinto cinque Giri d’Italia e altrettanti Tour de France, qualcosa come 525 corse da professionista. Un fenomeno. Nel ciclismo attuale un corridore così è persino difficile da immaginare».

A quando risale il vostro impegno nel mondo delle corse professionistiche?
«L’azienda iniziò a fornire le prime biciclette nel 1972 alla CBC. Io ero bambino, ma mi ricordo ancora il telaio verde con la scritta De Rosa in giallo. In quella squadra correvano Miro Panizza e Wilmo Francioni che arrivò secondo alla Milano-Sanremo nel 1973. De Rosa non forniva le bici solo a Eddy Merckx, ma a tutti i componenti della sua squadra, la Molteni. Il marchio iniziò quindi a farsi un certo nome, le biciclette piacevano ai corridori e questa  era la miglior forma di pubblicità. Da allora iniziammo a fornire le bici a vari team di corridori professionisti e continuiamo a farlo ancora oggi con l’italiana Green Project Bardiani-CSF Faizanè, la belga Bingoal WB. In campo femminile forniamo le nostre biciclette alla BePink».

Qual è stato, a suo parere, il fattore decisivo del successo imprenditoriale di suo padre?
«Con una famiglia abbastanza numerosa – tre figli – c’era la necessità, ma anche la voglia di lavorare. La grande esperienza nel mondo delle corse ha fatto il resto. Sono arrivati i primi ordinativi dall’estero. L’azienda ha così iniziato a esportare bici da corsa negli Stati Uniti a partire dal 1968 e l’anno successivo addirittura in Giappone. E in quegli anni la cosa non era per nulla scontata. Ecco, mio papà ha avuto l’intuizione di aprire nuovi mercati, di andare all’estero, di far conoscere il nostro marchio in Paesi lontani. E pensare che siamo nati in una piccolissima bottega e nel retro di un negozio! Mio padre è sempre stato un ottimo artigiano che ha saputo costruire tanto e bene, ma ha avuto anche una grande lungimiranza imprenditoriale. Non voglio dire che mio padre sia stato un fuoriclasse, ma sicuramente è stata una persona molto capace e con una visione da imprenditore illuminato. All’epoca non c’erano gli attuali strumenti di comunicazione, contavano soprattutto la qualità del prodotto e il passaparola. Io sono per il marketing sano, un conto è apparire e un altro è essere. L’azienda poteva fare strada solo se fabbricava ottimi prodotti. Questa è stata l’intuizione imprenditoriale vincente. De Rosa oggi è considerato uno dei migliori telaisti al mondo. Quando si parla di cultura telaistica italiana si deve fare necessariamente il nostro nome».

Parliamo dell’evoluzione tecnica del mezzo…
«Le bici ai tempi di Coppi e di Bartali erano molto pesanti, “sdraiate”, delle biciclettine oppure  erano troppo lunghe. Mio papà ha iniziato a lavorare sulle geometrie dei telai e a costruire bici su misura. Da mezzi che pesavano 14, 15 chilogrammi negli anni ’70 siamo passati ai 10 chilogrammi, che è stato come andare sulla luna per la prima volta. Oggi riusciamo a realizzare bici che pesano 6,76 chilogrammi. Potremmo costruire bici ancora più leggere, ma i regolamenti non ce lo consentono. Il mondo delle corse professionistiche è stato per noi come un laboratorio che ci ha permesso di migliorare sempre di più un prodotto che viene utilizzato da chi va in bici anche in modo amatoriale. Se realizziamo delle ottime bici per i corridori professionisti lo saranno anche per i cicloamatori più esigenti».

Bici leggere e curate nei dettagli con sapienza artigianale. Parliamo dei materiali…
«Abbiamo telai realizzati in acciaio, in titanio, materiale fra i più nobili in assoluto; costruiamo bici in minima parte anche in alluminio, mentre per la maggior parte si utilizza il carbonio».

Che cosa è oggi il marchio De Rosa?
«Oggi esportiamo in 37 Paesi, nel Nord Europa come nell’Australia. E in tutto il mondo abbiamo fans affezionati al nostro marchio, vere e proprie comunità di appassionati legati a De Rosa, come avviene, per esempio, in Giappone. Nello stabilimento di Cusano Milanino oggi lavorano una ventina di persone, mentre l’attività di verniciatura è fatta all’esterno, ma è come se appartenessimo tutti quanti alla stessa famiglia».
(Prima parte)

 

 

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Angelo De Lorenzi

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