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È morto Gianni Mura. E quella non intervista a Giovanni Trapattoni

È morto Gianni Mura. E quella non intervista a Giovanni Trapattoni
marzo 21
15:17 2020

SPORT – È morto Gianni Mura, e la mattina che volevo prendermi spensierata, non è più la stessa.

Giornalista e scrittore, dal 1976 storica firma di Repubblica, Mura, 74 anni, si è spento questa mattina all’ospedale di Senigallia (Ancona), per un attacco cardiaco improvviso.

È “andato avanti” anche lui, come dicono gli alpini.

Mura è stato uno dei veri giornalisti di sport, ancora legato al ticchettio della sua Olivetti, immerso in sala stampa nel “frastuono” tecnologico dei tablet di ultima generazioni.

Con lui le parole avevano sempre un senso, anche quelle inventate per dare soprannomi ai corridori. Chiamò Pantani Pantadattilo, “un cardellino di 56 chili in mezzo alle aquile che portava fieramente pizzetto e baffi non diversamente dai primi ciclisti dei tempi eroici alla Petit-Breton”.

Un giornalismo romantico, il suo. Scritto, raccontato. Da sala stampa e da bar. Divertente, mai banale. Sulla strada, a scarpinare, altro che smart working.

L’acquisto di Repubblica nel mese di luglio valeva la pena solo per la presenza dei suoi articoli sul Tour de France dove non parlava solo di ciclismo, ma anche delle sue altre grandi passioni: i cantautori francesi (Brel e  George Brassens, per dire) e di prelibatezze gastronomiche della zona.

Nato a Milano nel 1945, ha scritto pagine importanti sullo sport e l’Italia degli ultimi decenni, dal calcio al ciclismo. Ma sapeva scrivere anche di altro.

Tra i tanti libri, nel 2007 scrisse il suo primo romanzo, “Giallo su giallo”, vincitore del Premio Grinzane: è stato tra i più grandi raccontatori del Tour de France. Nella mia libreria alla sezione “Ciclismo”, c’è “La fiamma rossa” (Minimum Fax), un’antologia di articoli sul Tour de France. C’è la storia di questo sport dal 1967 al 2005, quest’ultimo periodo  contrassegnato dalle vittorie dopate di Lance Armstrong. Una specie di breviario laico per adoratori delle due ruote, da leggere ogni tanto.

La sua rubrica domenicale “Sette giorni di cattivi pensieri” è stata un appuntamento fisso dei lettori di Repubblica, anno dopo anno, come anche l’Intervista al campionato e i 100 nomi dell’anno di Mura.

l’intervista al “Trap”. Anzi no

Ha scritto molto di ciclismo, ma anche di calcio.  Per il compleanno di Giovanni Trapattoni (60 anni) lo intervistò per Repubblica. Il pezzo uscì il 17 marzo 1999:  “A Giovanni Trapattoni, per i sessant’anni, ho chiesto un regalo. Mi dispensasse dalle domande e aprisse lui l’album dei ricordi. Qualche istantanea che s’ è portato dietro. Affare fatto”. Più che un’intervista, vien fuori un racconto libero, a cuore aperto, in perfetto stile Trap.

Trapattoni da Cusano Milanino si racconta. E parla di sé, degli inizi, del padre, del fratello Antonio, “più promettente di me, ha smesso per prendere il diploma. Questo voleva mio padre, che si studiasse per avere un lavoro meno duro del suo. Stava in ballo 14 ore al giorno, prima la fabbrica, poi cinquemila metri quadri di campi coltivati da mezzadro”.

Altro flash: “A Cusano Milanino c’erano pochissimi televisori nel ‘ 54. Andavo all’oratorio di San Martino a vedere il mondiale. Mi piaceva Schiaffino, con la maglia numero 6. Un grande. E Pelè nel ‘ 58, si capiva già cosa sarebbe diventato”.

Mura frequentò un po’ l’Università, Lettere, ma poi lasciò perdere per dedicarsi completamente alla professione giornalistica.

Dal 2015 teneva una rubrica su Scarp de’ tenis, il giornale che aiuta i senza tetto, intitolata Le storie di Mura. Senza prendere un euro, immagino.

Il ricordo dei colleghi

È stato un maestro di scrittura, ineguagliabile. I colleghi oggi lo ricordano.

Marco Pastonesi dice:  “Gianni Mura era un pezzo di noi” e anche il fatto  che fu l’inventore della tecnica Pastamatic, frullando storia e geografia, rime e aforismi, cronaca e poesia, voci e canti.

Giovanni Battistuzzi ricorda le sue estati ciclistiche su Il Foglio: “Luglio era anche il momento del salotto che odorava di petrolio, dopo che il profumo di caffé se ne andava. Perché a luglio sul tavolino non c’era solo il giornale locale, ne spuntavano altri due. La Gazza, come a maggio, e Repubblica, solo a luglio. Perché non bastava vedere il Tour, bisognava rileggerlo. E per rileggerlo serviva Repubblica, o meglio, serviva Gianni Mura. Perché altrove era molto spesso ridondanza, il ricordo del già visto. Mura invece era altro. Un mondo nuovo, era tattile e olfattivo, era gusto e orecchio. Un viaggio nel viaggio, un tour nel Tour, una sorpresa che raccontava di eroi e tavole imbandite, di rocche e rocce, una Francia che sembrava la quintessenza della meraviglia. Gianni Mura era un appuntamento, l’abecedario di una fantasia che qualcuno ha mantenuto, che in molti hanno perso, l’idea che dal comune potesse in qualche modo nascere l’insolito”.

La flamme rouge

A proposito. “La fiamma rossa (la flamme rouge) è una bandierina triangolare che segnala gli ultimi mille metri di corsa. È comparsa per la prima volta nel Tour de France del 1906 e da allora non solo è rimasta sulle strade del Tour, ma si è moltiplicata su quelle del Giro, della Vuelta, delle classiche, insomma fa parte di un alfabeto universale delle due ruote […]

Nella maggior parte dei casi, comunque, la fiamma rossa è l’ingresso nel territorio dove tutto è possibile. È la zona dei sogni. (Da La fiamma rossa, Minimum Fax, 2008).

È morto Gianni Mura. E quella non intervista a Giovanni Trapattoni - overview

Sommario: La scomparsa di Gianni Mura, maestro di giornalismo

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Angelo De Lorenzi

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