[textmarker color=”E63631″]SESTO SAN GIOVANNI[/textmarker] – “Io ero la mucca da mungere: ho dato i soldi e li pagavo in contanti”. E’ questa l’immagine che emerge dall’aula del tribunale di Monza durante il processo del cosiddetto “Sistema Sesto”. A definirsi così è Giuseppe Pasini, imprenditore di Sesto, sentito ieri come imputato per corruzione al processo.
“Era un sistema Sesto dove non ti facevano lavorare, – ha detto Pasini – dove io non sono un corruttore, ma sono stato costretto a pagare per poter fare, eravamo tutti nella stessa barca noi imprenditori, tutti si doveva sottostare a un determinato sistema: prima di Penati non era così”. Secondo Pasini, per mandare avanti l’iter di approvazione delle pratiche edilizie regolari, che sarebbero state dovute, non c’era una vera e propria richiesta di soldi, ma si faceva capire che bisognava foraggiare con un “tot”.

L’imprenditore ha ripercorso in aula le varie tappe delle tangenti pagate, a cominciare dalla riqualificazione delle aree dismesse dell’ex Marelli, passando per le Falck e finendo con le più piccole concessioni edilizie dell’era Oldrini. In questa ultima fase, Pasini è accusato di aver versato soldi all’ex assessore all’edilizia privata Pasqualino Di Leva e all’ex responsabile dello Sportello Unico per l’edilizia privata Nicoletta Sostaro, che hanno patteggiato la pena.
“Ho dato quello che chiedevano ma a volte le licenze non arrivavano lo stesso – ha detto ancora l’imprenditore – E’ capitato di dare soldi a Di Caterina per Penati”. L’imprenditore Di Caterina è l’altro grande accusatore del Sistema Sesto. “Magari Di Caterina – prosegue Pasini in aula – aveva del nero e con quello ha finanziato il partito, a un certo punto li voleva indietro, e allora arrivava il Pasini di turno e dava lui. Insomma il partito così veniva sempre finanziato in qualche modo”.
Ma a dire dell’imprenditore tutti riuscivano a costruire, tranne lui: “La mia lettura – ha continuato Pasini – è che non si voleva la trasformazione della città. Io non chiedevo di più di quello concesso, ma gli altri costruivano e io no. C’era sempre qualcosa che mancava”.
Le dichiarazioni dell’imprenditore hanno infiammato il clima del processo. “Sono temi che non hanno nulla a che vedere con il procedimento in corso – ha obiettato più volte in aula Matteo Calori, avvocato di Filippo Penati, che figura tra gli imputati per presunta corruzione nell’ambito delle riqualificazioni delle aree Marelli e Falck – per quel che riguarda le accuse inerenti la concussione per le aree Falck e Marelli, il reato è stato prescritto”.






