È martedì mattina, i ragazzi della scuola secondaria di primo grado ci stanno aspettando…il sorriso di S., amica e insegnante di sostegno, ci accoglie e rende subito più familiare l’ambiente scolastico; la porta della classe è socchiusa e lascia intravedere occhi vivaci e curiosi, contornati da visi di colori diversi: entriamo, si inizia!
Da circa tre mesi le persone con disabilità che accompagno stanno presentando La deposizione, il capolavoro di Jacopo Tintoretto al Museo Diocesano di Milano, un dipinto che ha provocato e suscitato diverse riflessioni e considerazioni, pensieri che abbiamo condiviso con i numerosi visitatori incontrati.
Questa mattina saranno i ragazzi di prima ad ascoltarci o forse noi a provare ad ascoltare
loro, cercare di essere attenti a loro. Tania propone di presentarsi dicendo il proprio nome: in pochi minuti mi risulta evidente quanta diversità sia raccolta in un solo gruppo classe e quanta vitalità questi ragazzi esprimano attraverso varie modalità comunicative, dal tono di voce, al movimento continuo sulla sedia, all’espressione dei loro visi.
L’immagine del dipinto viene proiettata sulla lavagna e Martina comincia a raccontare. Poco dopo la prima alzata di mano: Nurith dice di non aver capito. Martina mi guarda e riparte dall’inizio. Ecco un’altra mano alzata: “Posso chiedere una cosa?”
“Certo!”. A questa domanda ne seguono altre e si crea un dialogo, uno scambio in cui i personaggi presenti nell’opera diventano possibilità di paragone con sé stessi e con alcuni stati d’animo che ci attraversano.
Un’altra alzata di mano. Ahmed nota un particolare e condivide con noi il suo pensiero. Rimango stupita: ha colto un dettaglio non banale, ha osservato molto bene, è stato attento; i suoi occhi sono buoni, il suo sguardo intelligente come quello degli altri suoi compagni e ri-accende dentro di me una domanda: che cosa significa davvero “educare”, “educere”,“tirare fuori”, o meglio “cosa tirare fuori”?: competenze, riflessioni, emozioni, risorse? Queste parole possono raccogliere qualcosa che percepisco infinitamente più grande e irriducibile rispetto alla parola “capacità”?
Aristotele scriveva che se si educa solo la mente e non il cuore, non si può parlare di educazione. Ahmed interviene con altre osservazioni, che svelano un pensiero molto creativo: è un ragazzo musulmano, di origine egiziana e le sue osservazioni ruotano intorno a un dipinto che racconta il momento in cui Gesù è deposto dalla croce.
Mi colpiscono la serietà e l’attenzione con cui guarda l’immagine, mi colpisce come in un gruppo così eterogeneo ci siano rispetto, armonia , curiosità.
Cosa muove l’attenzione dei ragazzi in questo momento? Cosa permette a giovani e adulti con disabilità intellettiva di reggere la fatica di questi mesi nel lavorare come guide, a Milano? È lo stesso desiderio, lo stesso bisogno di incontrare e vivere un’esperienza di bene possibile, sguardi e persone che testimoniano una speranza concreta nel vivere, una positività non ottimistica, ma frutto di un cammino che attraverso fatiche e limiti tira fuori tutto l’umano possibile!
Ecco per cosa vale la pena continuare a “educare”, ecco cosa ci può accomunare e non dividere! Grazie, Ahmed, per avermelo ricordato!
Emanuela Roncari





