Il Tour de France è entrato nella sua terza e ultima settimana preparandosi al gran finale, domenica, di Parigi. Il vincitore, Tadej Pogacar, sembra ormai scontato visto l’enorme divario in classifica generale dai suoi rivali. Ma la notizia a tenere banco in questi giorni è un’altra notizia. All’alba di domenica l’International Testing Agency ha effettuato dei controlli antidoping a sorpresa nei confronti della maglia gialla e di Vingegaard, poi ritiratosi dalla gara a causa di una caduta.
Chi pedala anche solo in modo amatoriale sa quanto sia importante il sonno. Svegliare un corridore professionista nella notte significa arrecargli danno e, infatti, non sono mancate le proteste all’interno dell’ambiente. Secondo il Corriere della Sera ( lo scrive Marco Bonarrigo nell’articolo pubblicato ieri, martedì 22 luglio), l’Aia avrebbe operato in modo mirato su autorizzazione scritta di un magistrato parigino, «motivata da elementi di fatto e di diritto che giustificavano l’operazione» e sulla base di un regolamento che la autorizza solo in «presenza di seri e specifici sospetti e pratiche dopanti». Qui sta il punto: esistono dei sospetti.
Doping: la caccia ai vermi marini
Negli scorsi mesi l’ITA, che lavora per decine di federazioni, ha chiesto a due laboratori europei di rianalizzare le provette di alcune grandi classiche per cercare emoglobine naturali non umane prodotte dai vermi marini, che non lasciano tracce nel passaporto biologico dei corridori perché agiscono per via extracellulare. Sotto osservazione sono anche i microdosaggi di sostanze dopanti come peptidi e testosterone che rimangono nel sangue solo tre ore. Il modo più efficace per trovarli è andare a bussare alle camere dei corridori alle 2 del mattino.

La protesta di Mohorič
A dare voce al malcontento della carovana ci ha pensato lo sloveno Matej Mohorič. In un’intervista alla testata Siol, il corridore della Bahrain Victorious ha attaccato duramente i protocolli, raccontando di essere stato svegliato alle 5 del mattino per un test. «Praticamente a metà della nostra notte», ha sbottato Mohorič, ricordando i ritmi folli dei corridori moderni, che tra massaggi, cene tardive e interviste non vanno a dormire prima di mezzanotte, pianificando la sveglia per le 10. Mohorič ha sollevato un velo di ipocrisia, lamentando come il ciclismo odierno stia continuando a pagare i peccati dei padri con metodi persecutori, mentre altri sport non subiscono lo stesso trattamento. Ma la tecnologia corre veloce e la lotta al doping, piaccia o no ai corridori, non sembra intenzionata a guardare l’orologio.
Le squadre non vogliono pagare la Ita
Intanto le squadre professionistiche hanno emesso un comunicato in cui minacciano di non pagare più l’antidoping e pongono ai vampiri federali una sola domanda: svegliereste un atleta alla vigilia di un match di Wimbledon o di una finale mondiale di calcio? Nessuna risposta, ovviamente.
Angelo De Lorenzi





