Federica Brignone ha vinto ieri la sua seconda medaglia d’oro alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Dopo il SuperG ha conquistato il Gigante con una prova maiuscola che ha rasentato la perfezione. È stata forse una delle imprese più memorabili della storia dello sport, un successo che va oltre il cimento agonistico, arrivato dopo un gravissimo infortunio che avrebbe potuto pregiudicarle la carriera. Non a caso le seconde a pari merito, Sara Hector e Thea Louise Stjernesund, si sono inchinate davanti a lei dopo il traguardo: non un semplice atto di cortesia verso la vincitrice dell’oro, ma il riconoscimento pubblico di un’impresa che va oltre il cronometro e il valore sportivo della medaglia conquistata, un gesto di profonda ammirazione nutrita nei confronti della campionessa e della resilienza che l’ha aiutata a tornare ad altissimi livelli a 35 anni. Federica ha sciato leggera nella testa – aveva poco da perdere – prossima alla perfezione tecnica, determinata il giusto, ma senza l’incombenza e il demone di voler strafare. Ha vinto per tutti questi motivi.
La milanese Federica Brignone
La Brignone ha corso un po’ per tutti, per le avversarie e anche per noi che, da anni, per varie ragioni, non mettiamo gli sci ai piedi. In fondo, ha sconfitto l’infortunio, la malattia e la iella. Ha incarnato alla perfezione il mito dell’eroe che rende epica ogni impresa: chiamata all’avventura, ha superato la prova centrale (ordalìa), è morta metaforicamente (l’incidente del 3 aprile 2025, frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, rottura del legamento crociato anteriore) ed è ritornata a noi portando il beneficio ottenuto (l’elisir).
Oggi forse sapremo – dalla conferenza stampa delle 10.30 – un po’ del futuro di Federica, se continuerà a gareggiare in Coppa del Mondo, se appenderà definitivamente gli sci al chiodo o, chissà… Che importa, ieri ci è bastato e va bene così.
Angelo De Lorenzi



